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Il giornalismo d’inchiesta
si trasferisce nei talk show

 

di Franco Nicastro


In tutto il mondo, ha scritto Giorgio Bocca nel suo ultimo libro Basso Impero, il giornalismo d’inchiesta è in via di estinzione sostituito dalla pubblicità redazionale. Invece delle notizie di approfondimento c’è un “proliferare di pagine specialistiche sull’eterna gioventù, l’eterna bellezza, l’eterna salute, l’eterna finta previsione degli oroscopi, un fiume di notizie inventate, truffaldine e alienanti che attraverso le pagine degli spettatori fanno entrare la persona comune nel giro del divismo”. Se questo è vero (e in una certa misura forse lo è) vuol dire che oggi l’immagine conta più della notizia. E così si spiega il declino inesorabile di un genere nobile del giornalismo, sopraffatto da un’informazione che è confezionata per essere consumata e subito dimenticata.
Con la spinta inesorabile della televisione si fa strada un altro genere che tanto nuovo non è ma solo ora sta conoscendo il suo momento di gloria. Si chiama infotainment e nasce dall’incontro, e dalla fusione, di due parole che definiscono due categorie all’apparenza molto diverse: information e entertainment. Pare che tra i prodotti culturali americani sia ai primi posti delle esportazioni. L’intrattenimento che fa informazione è anche un genere sempre più diffuso in Italia tanto che si può apprezzare nelle fasce di maggiore ascolto nelle principali reti televisive. Ma nel video è arrivato dopo avere influenzato la carta stampata. Che altro è, in fondo, il celebre modello omnibus che da sempre caratterizza la stampa italiana se non la mescolanza di articoli tradizionali e seriosi per la classe media e i gruppi dirigenti con le tematiche leggere e pettegole dei giornali popolari? C’è dunque da pensare che l’infotainment fosse praticato da noi prima ancora di essere importato. E neanche questa impressione si discosta poi tanto dalla realtà. Solo che ora si vanno moltiplicando le voci critiche e cresce l’allarme per la diffusione di un metodo al quale viene ricondotta se non l’origine almeno la causa principale della crisi del giornalismo d’inchiesta. Si dice che per inseguire i gusti del pubblico i giornalisti si siano sempre più adagiati su un modello di informazione “soufflé” che gonfia le notizie, grida le menzogne, privilegia l’intrattenimento e alimenta lo spettacolo. Si dice anche che questa tendenza a viaggiare in superficie sia incoraggiata dalle moderne routine produttive, dalle anguste strategie degli editori (che non investono più sulla qualità) e da un debordante flusso informativo che non lascia spazio al lavoro di scavo e di autonoma ricerca. Tutta l’organizzazione redazionale dei media, dai turni di lavoro alla assegnazione delle competenze, sarebbe pensata per gestire l’infotainment più che l’approfondimento.
Ma dire che stia tutta qui la ragione della scomparsa del giornalismo d’inchiesta in Italia può essere una interpretazione sbrigativa e parziale. Molti sostengono che il nostro giornalismo d’inchiesta è datato. In Sicilia, dove ha pagato il costo intollerabile di otto giornalisti uccisi, è rintracciabile in alcune campagne dell’Ora degli anni ’60 e ’70 (soprattutto quelle sulla mafia), in alcuni acuti più intermittenti del Giornale di Sicilia nello stesso periodo e in alcune più recenti esperienze individuali. Sono linee che vanno in controtendenza nel raffronto con il panorama nazionale nel quale si è imposto un giornalismo d’inchiesta meno aggressivo e di tipo conoscitivo che ha descritto gli effetti sociali del boom economico (Il Giorno) oppure ha mobilitato le grandi firme per mettere a fuoco i nuovi profili delle regioni italiane (Corriere della Sera). Uno dei rari esempi di un giornalismo d’inchiesta più recente è quello di Andrea Purgatori che ha incrinato il muro di gomma di Ustica e, per quanto riguarda la tv, il programma Report che peraltro viene realizzato da una struttura esterna alla Rai. In realtà, l’Italia ha conosciuto soprattutto il giornalismo di denuncia. E qui le testimonianze abbondano. Basta ricordare le cronache dell’Espresso sulla Roma degli anni ’50 (“Capitale corrotta, Nazione infetta”) e sulla strage di Milano del 1969, le rivelazioni sulla P2, le campagne sui rapporti tra mafia e politica (il caso Telekom Serbia è invece un affare più politico che giornalistico). Poi c’è stata la stagione di Mani pulite, che ha consacrato la forte dipendenza dalle fonti del giornalismo giudiziario. E ora dilaga l’infotainment. A questo punto il problema non riguarda più, e solo, la sopravvivenza del giornalismo d’inchiesta. Il vero rischio è che l’informazione passi soprattutto per i salotti dei talk show. Ma si può ancora definire informazione?


(8 ottobre 2003)

 

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