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Il
giornalismo d’inchiesta
si trasferisce nei talk show |
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In tutto il mondo,
ha scritto Giorgio Bocca nel suo ultimo libro Basso Impero, il
giornalismo d’inchiesta è in via di estinzione sostituito
dalla pubblicità redazionale. Invece delle notizie di approfondimento
c’è un “proliferare di pagine specialistiche sull’eterna
gioventù, l’eterna bellezza, l’eterna salute, l’eterna
finta previsione degli oroscopi, un fiume di notizie inventate, truffaldine
e alienanti che attraverso le pagine degli spettatori fanno entrare la
persona comune nel giro del divismo”. Se questo è vero (e
in una certa misura forse lo è) vuol dire che oggi l’immagine
conta più della notizia. E così si spiega il declino inesorabile
di un genere nobile del giornalismo, sopraffatto da un’informazione
che è confezionata per essere consumata e subito dimenticata.
Con la spinta inesorabile della televisione si fa strada un altro genere
che tanto nuovo non è ma solo ora sta conoscendo il suo momento
di gloria. Si chiama infotainment e nasce dall’incontro,
e dalla fusione, di due parole che definiscono due categorie all’apparenza
molto diverse: information e entertainment. Pare che
tra i prodotti culturali americani sia ai primi posti delle esportazioni.
L’intrattenimento che fa informazione è anche un genere sempre
più diffuso in Italia tanto che si può apprezzare nelle
fasce di maggiore ascolto nelle principali reti televisive. Ma nel video
è arrivato dopo avere influenzato la carta stampata. Che altro
è, in fondo, il celebre modello omnibus che da sempre caratterizza
la stampa italiana se non la mescolanza di articoli tradizionali e seriosi
per la classe media e i gruppi dirigenti con le tematiche leggere e pettegole
dei giornali popolari? C’è dunque da pensare che l’infotainment
fosse praticato da noi prima ancora di essere importato. E neanche questa
impressione si discosta poi tanto dalla realtà. Solo che ora si
vanno moltiplicando le voci critiche e cresce l’allarme per la diffusione
di un metodo al quale viene ricondotta se non l’origine almeno la
causa principale della crisi del giornalismo d’inchiesta. Si dice
che per inseguire i gusti del pubblico i giornalisti si siano sempre più
adagiati su un modello di informazione “soufflé” che
gonfia le notizie, grida le menzogne, privilegia l’intrattenimento
e alimenta lo spettacolo. Si dice anche che questa tendenza a viaggiare
in superficie sia incoraggiata dalle moderne routine produttive, dalle
anguste strategie degli editori (che non investono più sulla qualità)
e da un debordante flusso informativo che non lascia spazio al lavoro
di scavo e di autonoma ricerca. Tutta l’organizzazione redazionale
dei media, dai turni di lavoro alla assegnazione delle competenze, sarebbe
pensata per gestire l’infotainment più che l’approfondimento.
Ma dire che stia tutta qui la ragione della scomparsa del giornalismo
d’inchiesta in Italia può essere una interpretazione sbrigativa
e parziale. Molti sostengono che il nostro giornalismo d’inchiesta
è datato. In Sicilia, dove ha pagato il costo intollerabile di
otto giornalisti uccisi, è rintracciabile in alcune campagne dell’Ora
degli anni ’60 e ’70 (soprattutto quelle sulla mafia), in
alcuni acuti più intermittenti del Giornale di Sicilia
nello stesso periodo e in alcune più recenti esperienze individuali.
Sono linee che vanno in controtendenza nel raffronto con il panorama nazionale
nel quale si è imposto un giornalismo d’inchiesta meno aggressivo
e di tipo conoscitivo che ha descritto gli effetti sociali del boom economico
(Il Giorno) oppure ha mobilitato le grandi firme per mettere
a fuoco i nuovi profili delle regioni italiane (Corriere della Sera).
Uno dei rari esempi di un giornalismo d’inchiesta più recente
è quello di Andrea Purgatori che ha incrinato il muro di gomma
di Ustica e, per quanto riguarda la tv, il programma Report che
peraltro viene realizzato da una struttura esterna alla Rai. In realtà,
l’Italia ha conosciuto soprattutto il giornalismo di denuncia. E
qui le testimonianze abbondano. Basta ricordare le cronache dell’Espresso
sulla Roma degli anni ’50 (“Capitale corrotta, Nazione infetta”)
e sulla strage di Milano del 1969, le rivelazioni sulla P2, le campagne
sui rapporti tra mafia e politica (il caso Telekom Serbia è invece
un affare più politico che giornalistico). Poi c’è
stata la stagione di Mani pulite, che ha consacrato la forte dipendenza
dalle fonti del giornalismo giudiziario. E ora dilaga l’infotainment.
A questo punto il problema non riguarda più, e solo, la sopravvivenza
del giornalismo d’inchiesta. Il vero rischio è che l’informazione
passi soprattutto per i salotti dei talk show. Ma si può ancora
definire informazione?
(8 ottobre 2003)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
Testata periodica registrata presso il Tribunale di Palermo
al n. 10 del 1/6/2001
Direttore: Giuseppe Silvestri. Direttore
responsabile: Dario Fidora
Redazione a cura della Scuola di Giornalismo - Corso di
laurea in Scienze della Comunicazione
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