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Medicina - attualità

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A Palermo un'iniziativa di Comune, Usl 6 e associazioni onlus
Assistenza domicilare a
i malati terminali di cancro
Palmeri:"
Da evitare il ricovero negli ospizi"
Il progetto dell'Assessorato alla salute, per potenziare l'assistenza domiciliare a 55 persone con aspettativa di vita inferiore a tre mesi, porta a considerare le problematiche relative alla gestione della patologia oncologica. Per Sergio Palmeri, docente di Oncologia medica del Policlinico, esistono forti barriere culturali nella società moderna

“Assistere i malati oncologici in fase terminale è un dovere sociale, etico, religioso, addirittura politico, se pensiamo ai provvedimenti che vanno presi. Oggi, invece, viene spesso percepito come un peso". Lo sostiene Sergio Palmeri, docente di Oncologia medica del Policlinico, parlando delle responsabilità che la società ha nei confronti delle persone malate di cancro. "Il medico - continua il professore - accompagna il paziente alla morte, cercando di alleviarne le sofferenze con la terapia. Ma il vero sostegno al malato non può che giungere dalla famiglia e da tutti coloro che operano nel campo dell'assistenza sociale. Solo così possiamo evitare al malato il ricovero negli ospizi".
Migliorare la qualità della vita dei pazienti, supportando le famiglie ed evitando così ricoveri impropri, sono stati, ad esempio, gli obiettivi del progetto di assistenza domiciliare ai malati terminali di cancro, attuato quest’anno dall’Assessorato alla salute e servizi alla persona del Comune di Palermo. Il servizio, rivolto a 55 persone con aspettativa di vita inferiore a tre mesi, ha coinvolto l'Usl 6 e due associazioni onlus, operanti nel settore dell’assistenza ai malati oncologici: la Samo e la Samot. Questa sinergia fra istituzione, medici e operatori sociali è utile a fornire un sostegno psicologico, relazionale e spirituale, sia ai pazienti che alle loro famiglie.
Senza dubbio, la decisione di terminare la degenza ospedaliera del malato e consentirgli di passare gli ultimi giorni in casa dei propri cari, costituisce una delle fasi più delicate del rapporto fra il medico, il paziente e la famiglia. "Si tratta di una cosa difficile da valutare, comunicare e applicare - afferma Palmeri". Innanzitutto, occorre stabilire se si è di fronte ad un paziente non più guaribile - è il caso del malato in fase terminale cui resta un breve periodo di vita - oppure se si tratta di una persona non più curabile, sulla quale cioè le cure ufficiali non sortiscono alcun effetto. "Questa seconda ipotesi pone maggiori problemi - spiega il docente - perché spesso il paziente presenta buone condizioni generali, ha un'aspettativa di vita relativamente lunga e, pertanto, chiede ancora aiuto alla medicina."
Un altro momento particolarmente delicato è rappresentato dalla comunicazione medico-paziente. "Il più delle volte - sottolinea Palmeri - la famiglia diventa ostacolo ad una comunicazione schietta e sincera".
I familiari si propongono come filtro, recependo dal medico la diagnosi, ma, al momento d'informare il malato, preferiscono non rivelare la reale gravità della situazione. "È un grosso errore - dice Palmeri - frutto di una mentalità ancora fortemente condizionata, culturalmente, dall'idea che la morte sia ingiusta e socialmente sconveniente". Invece, occorre che la famiglia accolga la morte del parente con serenità: solo così potrà aiutare il malato ad accettare la propria condizione. "Essere informato nei modi e nei tempi più adeguati e affrontare la morte in modo consapevole - continua Palmeri - consente al malato di sviluppare quei meccanismi di compenso e tolleranza, grazie ai quali può godersi gli ultimi giorni di vita".
Resta fondamentale che questo periodo possa essere trascorso in famiglia. Ma oggi, a differenza del passato, sembra esserci maggiore resistenza ad accogliere in casa una persona morente. "Si ritorna - spiega il professore - al motivo del condizionamento culturale, per cui le famiglie, e la società in genere, non accettano il contatto con l'idea della morte, insita nella condizione del malato di cancro". Per capire, basta riflettere sul perché oggi si creano strutture appositamente destinate ai malati oncologici in fase terminale. "L'hospice - dice Palmeri - diventa una scappatoia per le famiglie, ma anche per i medici che spesso non accettano la propria impotenza di fronte alla morte". Occorre, invece, superare queste barriere perché "dall'altra parte - conclude Palmeri - ci sono persone per le quali sostegno e affetto rappresentano le uniche ragioni di vita".
Fabio Giacalone
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(18 settembre 2003)

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