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Cultura

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Le difficoltà palermitane di Emma Dante
La regista teatrale, rivelazione dello scorso anno, apprezzatissima da pubblico e critica e pluripremiata per i suoi 'mPalermu e Carnezzeria, si è però scontrata con l'indifferenza delle istituzioni culturali di Palermo. Lo ha raccontato lei stessa ad Ateneonline

Emma Dante, regista palermitana premiata quest'anno con il premio Ubu, il più prestigioso riconoscimento teatrale italiano, era stata la rivelazione dell’anno passato con ‘mPalermu, e si è confermata poi con Carnezzeria. Ha presentato le sue opere in tutta Italia, riempendo i teatri e riportando il consenso del pubblico. Ma a Palermo non è stato facile per lei mettere in scena i suoi lavori. Quest'estate, il teatro Garibaldi ha dovuto programmare delle serate supplementari di rappresentazione per Carnezzeria, perché non riusciva a soddisfare tutte le prenotazioni. Per la Medea però, l'opera su cui sta lavorando, ci sono ben poche speranze che sia portata in città.
"In tutti questi mesi - ha detto la regista palermitana - l’indifferenza delle istituzioni teatrali e culturali della città, Teatro Garibaldi a parte, è stata assoluta. Non una telefonata, o un segno di interessamento, nemmeno dopo la vittoria dell’Ubu. Trovo scandaloso che nessuno, neanche da un centro d’innovazione come il teatro Libero di Palermo, sia venuto a vedere cosa facevamo, disinteressandosi totalmente della realtà che ormai la nostra compagnia rappresenta, una realtà locale che prova a perseguire una strada alternativa al teatro d’istituzione.
L’unico interesse riscontrato in città è da parte della stampa locale, che invece, per fortuna, ci segue con attenzione. E poi il pubblico, che ogni sera ha riempito il teatro."
Eppure il tuo è un lavoro profondamente legato alla città. Palermo è una sorta di fulcro del sistema di metafore che regge i tuoi spettacoli.
"Palermo è fondamentale in tutto quello che metto in scena. Anche se Carnezzeria è una produzione del teatro Crt di Milano, è nato qui, respirando questa città, né poteva essere altrimenti. Abbiamo provato per 13 mesi al Capo, presso il Csoa-ex carcere. D'altra parte, anche se la mia città è il punto di partenza della mia prospettiva sul mondo, tutto vuole avere un respiro più ampio. "Carnezzeria", ad esempio, è senza dubbio una storia di sottoproletariato, ma potrebbe funzionare anche nella borghesia. La mia ossessione è, chiaramente, l’esplorazione del nucleo familiare. So già che farò sempre lo stesso spettacolo, d'altronde ogni artista si porta dietro delle domande ricorrenti. Non mi preoccupa la possibilità di ripetermi, non ho questo tipo di angoscia".
Le tue opere posseggono una densità degna di una tragedia greca. Un numero esiguo di personaggi in scena, assoluta unità di tempo, spazio e azione. Tutto si svolge nella durata stessa della rappresentazione, nello stesso luogo. Aristotele sarebbe stato contento…
"Credo che questi siano i canoni essenziali della tragedia, gli assi lungo cui far correre ogni dramma. Le tragedie si svolgono sempre nell’arco di una giornata. E’ stata una scelta naturale: nel tempo del dolore esiste solo il presente, ripetuto all’infinito. E il mio legame col dramma antico è molto profondo. Penso al palco come ad un altare, in cui ogni sera si dice messa. E’ un rito sacro… Ma è anche un processo. Il pubblico siede e giudica. Il teatro per discolparsi, un olocausto espiatorio.
L’universo della colpa è un lato interessante dei tuoi lavori. I tuoi personaggi si aggrediscono, si colpiscono e allo stesso tempo si amano. Violenza e affetti si mischiano inestricabilmente. Ci sono colpe, ma non sembra che possano esserci davvero colpevoli...
"Io non nego l’esistenza della colpa. Però, nel corso della mia indagine, ho notato che invece è più difficile attribuire a qualcuno una reale colpevolezza. La violenza e la sopraffazione sono elementi nei quali i miei personaggi nascono e vivono costantemente immersi. Sono prigionieri di questo elemento distruttivo che non sono neanche in grado di capire…"
Giuseppe Troncale

rev cave

(2 settembre 2003)


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