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Alla scoperta dei tesori di Sicilia: il castello di Caccamo
L'edificio è quello che si è conservato meglio in Sicilia. E' di origine medievale e all'interno si può quasi respirare l'aria di quasi mille anni fa fatta di quotidianità, guerre e intrighi: i nemici venivano condotti in una cappella dove sprofondavano in una cantina sfracellandosi tra le lame

La Rai ha recentemente realizzato un documentario sui cinque più importanti castelli siciliani: quello di Maniace di Siracusa, Castelbuono, Carini, Mussomeli e Caccamo. Quest'ultimo è quello che si è conservato meglio negli anni.
Il castello è il secondo d'Europa per ampiezza e sorge su uno sperone roccioso. Il suo sviluppo è a livelli con un andamento a spirale: all'esterno troviamo la parte più recente, costruita all'incirca nel XV secolo mentre il nucleo interno risale all'XI secolo.
La differenza tra i due livelli salta subito all'occhio: la parte esterna è di gran lunga più facilmente accessibile rispetto a quella interna, probabilmente perché la funzione difensiva venne meno negli anni. Così per accedere al castello vi è un'ampia e bellissima scalinata a spirale che di certo non è adatta alla protezione dell'edificio. Il nucleo interno è invece costituito da mura altissime e ripide con delle feritoie da dove veniva lanciato l'olio bollente e da torrioni (uno di questi, ormai crollato in parte, era lato addirittura 75 metri). Addentrandosi ancora si può quasi respirare l'aria medievale e immaginare lo scorrere quotidiano della vita: il "negozio" di frutta, la farmacia, il fabbro. Le stanze interne sono state restaurate recentemente, ma in modo orribile: pavimentazione e alcune stanze sono in stile moderno, un vero e proprio pugno allo stomaco. Fortunatamente la copertura del tetto a cassettoni, che ricorda molto quella dello Steri, è stata conservata.
Una curiosità: all'interno del castello si trova una piccola cappella con una botola (prima coperta da un tappeto) che sbucava in uno scantinato. I nemici dei potenti signori di Caccamo venivano invitati a pregare e quando ad un tratto mancava loro la terra da sotto i piedi e si sfracellavano su un sistema di lame che rendeva il corpo irriconoscibile.
Salvatore Butera
salvobutera@libero.it

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(18 luglio 2003)

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