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Farmacia

030711vera
Malattie dell'invecchiamento
Nuova frontiera della ricerca universitaria
Da circa quattro anni a Palermo, un gruppo di docenti dell'Ateneo, in collaborazione con alcuni colleghi dell'Università di Bologna, porta avanti un progetto sulle malattie dell'invecchiamento. Calogero Caruso, ordinario di Patologia generale in Farmacia e componente del gruppo, ci illustra la ricerca


Se è vero che la nostra società invecchia in maniera esponenziale - grazie o per colpa del benessere sempre più diffuso - è altrettanto vero che si fa sempre più pressante la necessità di approfondire la nostra conoscenza delle più diffuse malattie senili. E quale posto migliore dell'Università per condurre ricerche specifiche in questo campo ancora poco esplorato?
All’istituto di Patologia generale di corso Tukory a Palermo un gruppo di studio del dipartimento di Biopatologia e metodologie biomediche si occupa da più di tre anni della patologia molecolare dell’invecchiamento. Come spiega Calogero Caruso (nella foto), ordinario di Patologia generale all’Università di Palermo, “l’invecchiamento può avvenire con successo o senza successo. Nel primo caso, significa che si arriva alla terza età senza alcun disturbo in particolare; nel secondo che ci si arriva con delle malattie, tra le quali potrebbe esserci l’Alzheimer”. Insieme ad alcuni docenti di Medicina dell’Ateneo palermitano e con l’aiuto di colleghi dell’Università di Bologna, Caruso sta portando avanti un progetto riguardante le malattie che possono colpire gli anziani. Secondo questo gruppo di professionisti nell’Alzheimer ci sarebbe una maggiore frequenza delle varianti dei geni che aumentano la risposta infiammatoria, mentre sarebbero diminuite le varianti dei geni che controllano l’infiammazione. Se si controlla l’infiammazione, si ha una maggiore possibilità di raggiungere l’età avanzata. Al contrario si andrà incontro a un invecchiamento senza successo con il rischio di Alzheimer, arteroscleresi e diabete di tipo due.
“Tutti gli studi ormai dimostrano come l'Alzheimer sia una malattia con una forte componente infiammatoria”, dice Caruso. Esistono due studi che provano questo: uno americano e l’altro olandese. Negli Stati Uniti è stata condotta una ricerca sui veterani della seconda guerra mondiale in cui è stato notato che la maggior parte di coloro che erano stati ricoverati in ospedale militare per trauma cranico, nella vecchiaia erano stati affetti da Alzheimer. Questo perché il trauma cranico coinvolge il processo infiammatorio che, automantenendosi nel tempo, può portare a questa malattia. In Olanda, invece, da uno studio su un gruppo di anziani è emerso come i soggetti che assumevano regolarmente degli anti-infiammatori, avevano un’incidenza minore di Alzheimer rispetto a coloro che non ne assumevano. “Le persone di una certa età - spiega Caruso - sono colpite da questi disturbi perché con la vecchiaia aumentano le risorse infiammatorie. Se noi facessimo un’autopsia ad un cervello di una persona malata di Alzheimer vedremmo come questo sarebbe pieno di cellule infiammatorie attivate. Cosa, questa, che non si verificherebbe in un cervello di una persona non affetta da Alzheimer. Ogni essere umano, durante l’arco della propria vita, risponde a stimoli esterni che determinano un prototipo infiammatorio. Questo accade perché il processo evolutivo non prevede che un uomo arrivi ad un’età avanzata. E’ la civilizzazione che ci fa arrivare, e spesso superare, gli ottant’anni. Tutto questo porta la persona di un’età avanzata ad avere un’infiammazione cronica che, colpendo un po’ tutti gli organi, li danneggia a poco a poco. Ciò porterebbe a malattie tipiche dell’invecchiamento, tra le quali l’Alzheimer.
Veronica Eracleo
rev-rova/cave

(11 luglio 2003)

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