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Quando la fiction uccide il giornalismo di cronaca

 

di Franco Nicastro


Il grande giornalismo, ha spiegato Guido Vergani, è “sapere raccontare un fatto di cronaca partecipando anche al più piccolo evento, anche alla più rituale realtà con curiosità e capacità di aderire da testimone al fatto, di indignarsi, di commuoversi, di emozionarsi”. Diceva queste cose pensando a un cronista straordinario come Dino Buzzati, di cui recentemente Mondadori ha pubblicato l’opera che mancava: gli articoli di “nera” scritti dall’autore di Il deserto dei Tartari per il Corriere della Sera. “A leggere le sue cronache – ha scritto il curatore Lorenzo Viganò – ci si rende conto di come riescano a disegnare un affresco dell’epoca, dell’ambiente, dei personaggi oltre a descrivere il fatto in se stesso, che spesso sembra essere usato solo come un pretesto”.
È difficile riportare questo giudizio a un modello giornalistico attuale. La cronaca è un genere in forte decadenza. Il cronista non è più il testimone attento e l’osservatore curioso che racconta il fatto, ne spiega le cause, descrive i protagonisti. Qualcuno sostiene addirittura che il cronista non esista più e che comunque le modalità del suo lavoro siano molto cambiate. Oggi è un giornalista che, normalmente, si informa leggendo sul monitor il notiziario di agenzia. Il rapporto con le fonti è diradato, episodico e spesso superficiale. Il contributo del cronista alla narrazione del fatto, che di solito consiste nella rielaborazione del testo dell’agenzia, non aggiunge perciò elementi di conoscenza originali.
Altro è, bisogna riconoscerlo, l’approccio agli eventi più drammatici e più eclatanti della cronaca. In questi casi la copertura informativa è molto più accurata e impegnativa. I media mobilitano le loro risorse per affrontare ad armi pari il confronto con la concorrenza. Il fatto viene indagato, rivoltato, riferito con enorme dovizia di particolari: e tanto più sono macabri e morbosi tanto più trovano spazio nei resoconti dei cronisti, nelle copertine dei settimanali, nei servizi dei telegiornali e nei salotti dei talk show. Quale informazione giunge ai lettori e ai telespettatori? Ci sono fatti, come il delitto di Cogne, che hanno alimentato forme esasperate e discutibili di informazione. Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha lanciato un’accusa che non può essere ignorata: “Tutte le volte in cui mi sono trovato parte di un processo e ho lavorato come perito psichiatra, ho avuto ampia occasione di misurare lo scarto tra il fatto, la realtà concreta, e quanto invece veniva affermato da stampa e televisione. Un abisso: viene raccontata come cronaca un’invenzione efficace quanto gratuita. L’inventato è un testo per analizzare come funzionano giornali e televisione e dunque come la fiction sia ormai l’unico linguaggio usato, fino a includere la necessità di fingere una realtà concreta per poi procedere con le interpretazioni che sono fiction. La cronaca è inutile. Talmente irrilevante che nessuno la cerca più. Ecco la morte della cronaca”.
Il giudizio può apparire apocalittico. Ma, se non è una provocazione, introduce certo una riflessione preoccupata sui nuovi orizzonti del giornalismo di cronaca. La modalità narrativa più diffusa ha molto a che fare sia con il romanzo d’appendice sia con la spettacolarizzazione. Certo, nessuno ha mai preteso di leggere sui giornali la Verità. I buoni maestri hanno sempre raccomandato di non assumere mai un punto di vista assoluto. Il cronista deve solo rispondere a un dovere deontologico preminente: riferire tutto quello che gli risulta, indicare la paternità delle informazioni, citare le fonti. E aggiungere, quando è in grado di farlo, la propria testimonianza diretta. Ma non può (non deve) inventare una trama, creare suggestioni, rincorrere dettagli truculenti sbattendo in copertina il letto insanguinato dove è stato massacrato un bambino di tre anni. Altrimenti ha ragione Andreoli quando denuncia la deriva della fiction e la morte della cronaca.

(2 luglio 2003)

 

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