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Lettere e filosofia - convegni e congressi

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Eco: “I media non seguano i mutamenti della lingua”
“L'italiano riflette i cambiamenti della società, ma i mezzi di comunicazione non devono contribuire a diffondere un linguaggio stereotipato e omologante”. E' l'interevento di Umberto Eco al convegno “Gli italiani e la lingua”, organizzato dalla facoltà di Lettere. "L'omologazione - ha detto il prorettore dell'Ateneo palermitano Santangelo - ha radici anche nella formazione universitaria: gli atenei si stanno trasformando in semplici luoghi di didattica"

"E' vero che l’italiano va dove va la società, si adegua ai cambiamenti del costume ma i mezzi di comunicazione non possono farlo". Ad affermarlo è Umberto Eco, in un convegno dal titolo “Gli italiani e la lingua” che si è tenuto alla facoltà di Lettere e filosofia.
“Se è vero - ha proseguito il semiologo - che la televisione non può proporre un modello linguistico aulico, che rende irriconoscibile la realtà quotidiana, allo stesso modo non può contribuire alla diffusione di un linguaggio stereotipato e omologante che dice obliterazione del titolo di viaggio invece di fare il biglietto”.
L'incontro
, organizzato dalla facoltà di Lettere e filosofia venerdì 13, ha dato spunto a una riflessione sulla lingua italiana a quarant’anni dalla pubblicazione della “Storia linguistica dell’Italia unita” di Tullio De Mauro. Oltre ad Eco, sono intervenuti linguisti e nomi illustri della cultura italiana: Stefano Bartezzaghi, Nicola Tranfaglia, e lo stesso De Mauro. E' stata un'importante occasione per affrontare temi che “in questi anni di tempestanza” come li ha definiti Antonino Buttitta, presidente del Centro di studi linguistici e filologici siciliani, spesso vengono trascurati.
L'omologazione linguistica sembra avere radici anche nella formazione scolastica e universitaria.
“L’università italiana sta attraversando un periodo delicato - ha sottolineato con preoccupazione il prorettore dell'Ateneo palermitano, Giovanni Santangelo - Quasi tutti gli atenei stanno per essere trasformati da importanti centri con una ricca tradizione di ricerca in semplici luoghi di didattica”. Quindi, secondo Santangelo, è importante che ci siano "occasioni del genere, che servono a dare nervo a una sfida culturale, in un momento in cui ci sono tentativi di secessionismo linguistico".
I lavori si sono aperti con la proiezione di uno storico documento dell'archivio Rai, datato 1973 e realizzato da Tullio De Mauro in collaborazione con Umberto Eco e Piero Nelli. La trasmissione ripercorre le vicende della lingua italiana dai primi anni del secolo, quando ben il 92 per cento degli italiani viveva da straniero in patria (cioè senza parlare l’italiano) agli anni ‘70, quando il basic italian di Mike Bongiorno entra nelle case degli italiani e li istruisce.
“Con la televisione si stava realizzando negli anni sessanta il sogno coltivato per anni da grandi scrittori come Manzoni o De Amicis: creare una lingua unica in cui tutti, da nord a sud, potessero riconoscersi”. Così esordisce Umberto Eco, che prosegue la sua analisi in un ritmo serrato, vivace, pieno di ironia: “
Paradossalmente la televisione, che ebbe il grande merito di insegnare l’italiano agli italiani, oggi sta attentando alla nostra lingua appiattendola, diffondendo un’accozzaglia di frasi fatte e stereotipate e inutili anglicismi. Perché ostinarsi a dire bipartisan invece di bipartitico, che contribuirebbe poi a richiamare un cambiamento intervenuto all’interno della nostra pentapartitica tradizione?
Eco non risparmia nessuno, nemmeno quei "professoroni emeriti", ostinatamente impegnati nella diffusione del "difficilese", che continuano a dire “eclatante”, noto francesismo, invece di sensazionale, sorprendente, stupefacente, eccezionale o straordinario. Esattamente all’altro estremo si collocano i francesi, “gli unici in piena era di globalizzazione che continuano a dire ordinateur invece di computer”. Il semiologo
ricorda, con una certa nostalgia, il saggio consiglio paterno di controllare sul giornale, in modo particolare sulla terza pagina, come una parola andasse scritta correttamente. “Un consiglio che difficilmente potrebbe essere dato oggi, dal momento che i giornali sono zeppi di errori”.
Maria Catena Salerno
rev bute / sage

(16 giugno 2003)

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