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Facoltà
di Economia
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030522mari
Referendum su articolo 18, pomo della discordia sindacale
"Così come non è auspicalile estendere la tutela
a chi ha un dipendente altrettanto restrittivo è limitarla a chi
ne ha più di 15". Questo il parere di Calogero Cammalleri,
docente di Diritto del lavoro alla facoltà di Economia, a proposito
del tanto discusso referendum sull'articolo 18 in programma il prossimo
15 giugno
Il prossimo 15 giugno
gli italiani saranno chiamati alle urne per votare il referendum sull'articolo
18. Questo referendum prevede l'estensione dell'obbligo di reintegrare
il lavoratore licenziato senza giusta causa anche ai datori di lavoro
che occupano meno di 15 dipendenti. Sulla validità della scelta
e in ordine a tutto ciò che ne consegue esistono profonde spaccature,
soprattutto all'interno delle organizzazioni sindacali. Abbiamo chiesto
a Calogero Cammalleri, docente di Diritto del lavoro presso la facoltà
di Economia di fornirci un parere tecnico su quanto sta succedendo e sugli
scenari possibili che verrebbero a delinearsi nel caso in cui il referendum
vedesse prevalere i sì. Anzitutto un po' di chiarezza sul concetto
di "reintegrazione".
"Contrariamente a quanto spesso si pensa la reintegrazione non è
un blocco dei licenziamenti o un divieto di licenziare, ma è un
procedimento che predica con sentenza giuridica ovvero un provvedimento
che sanziona un licenziamento illegittimo, quindi che non poteva essere
intimato - spiega Cammalleri e prosegue - si tratta di uno strumento molto
costoso, non tanto in sè che pure è pesante, inattuabile
e impensabile in micro contesti, ma per tutto quello che ci sta intorno
a partire dalla durata dei processi. La reintegrazione prevede, infatti,
per il datore di lavoro contro il quale è stata accertata la violazione
delle regole procedimentali o sostanziali, il pagamento del risarcimento
del danno, pari alla retribuzione dal giorno del licenziamento al giorno
dell'effettiva reintegrazione. A questo si somma la previdenza, quindi
il pagamento dei contributi. In poche parole, il costo di un errore nel
licenziamento in buona o in mala fede è onerosissimo ed è
inversamente proporzionale alla capacità finanziaria di un'impresa".
Quindi, chiediamo al nostro esperto, le conseguenze che avrebbe l'estensione
dell'obbligo di reintegro per i titolari di piccole imprese, o meglio
come recita il testo del quesito referendario, di imprese con meno di
15 dipendenti. "In questo momento il mondo sembra dividersi in imprese
con più o meno di 15 dipendenti - commenta Cammalleri ironicamente
- ma la realtà è molto diversa da una tale semplificazione.
Ci sono imprese con 4, 10 e 20 dipendenti, ma il numero dei lavoratori
che fino a 20 anni fa era un indicatore rappresentativo della forza di
un'impresa, ora non lo è più. Prima la crescita economica
di un'impresa era legata alla crescita occupazionale, cioè per
crescere bisognava assumere, ora non solo non è affatto detto che
sia così, ma spesso è vero il contrario, ai licenziamenti
corrisponde una crescita. In virtù di questa considerazione possiamo
dire che così come non è auspicalile estendere la tutela
a chi ha un dipendente altrettanto restrittivo è limitarla a chi
ne ha più di 15". Molti sostengono che la reintegrazione frena
l'occupazione. "Si tratta di una sciocchezza - afferma l'esperto
in maniera piuttosto perentoria - non c'è nessuna prova di ciò.
La reintegrazione non è uno strumento di politica del lavoro, ma
uno strumento di governo dei rapporti di lavoro e quindi di distribuzione
di forze all'interno delle imprese, forza che di per sè l'imprenditore
ha sempre in misura maggiore rispetto al lavoratore, che quindi deve essere
tutelato, ma così come non tutti gli imprenditori sono uguali,
non tutti i contesti sono uguali. Da ciò deriva che così
come è troppo limitato l'ambito di applicazione dell'art.18 oggi,
così sarebbe pericolosamente esteso al semplice passaggio del referendum".
Maria Catena Salerno
rev cave
( 3 giugno 2003)
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al n. 10 del 1/6/2001
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