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Lettere e Filosofia
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Spazio
al dialetto sui banchi di scuola
Al ministero dell'Istruzione si parla di inserire
la cultura dialettale tra gli insegnamenti scolastici. Nellera della
globalizzazione, dove Internet e inglese la fanno da padrone, come può
essere interpretata questa tendenza? Lo abbiamo chiesto al preside della
facoltà di Lettere e filosofia Giovanni Ruffino
In passato, veniva
corretto come un errore grave. Per non dire demonizzato. Gli orientamenti
della didattica contemporanea convergono però verso tutt'altra
direzione: la valorizzazione attraverso l'introduzione di spazi appositamente
dedicati alla lettura di testi, rappresentazioni teatrali. Dunque, nuova
dignità al dialetto.
Esiste già una normativa, sia ministeriale che regionale, che sollecita
di trattare la cultura dialettale in ogni scuola di ogni ordine e grado.
E ora, al Miur (ministero dell'Istruzione, università e ricerca)
bollono in pentola nuovi programmi per una concreta valorizzazione delle
culture dialettali. Come interpretare questa tendenza? Onda contraria
rispetto alla globalizzazione, desiderio di valorizzare la tradizione
delle parlate regionali, dal prestigio sempre più in declino tra
le giovani generazioni?
Ne
abbiamo parlato con Giovanni Ruffino, preside della facoltà di
Lettere e filosofia e docente di Dialettologia. Il dialetto è
una lingua, ma è anche il retaggio di una cultura - sostiene Ruffino
- Inserirne linsegnamento fra le altre discipline ha una sua importanza
cruciale. Ma sono contrario - continua - allora di dialetto intesa
come lora di geografia, matematica o storia. Per non parlare dellora
di economia domestica. Non deve essere considerato da un punto di vista
linguistico e grammaticale, ma come espressione delle specificità
regionali e locali.
Il piccolo mondo che ci circonda parla dialetto. La sua impronta resta
indelebile: è presente dovunque, dai cognomi ai nomi di luogo,
alla storia di un territorio. La storia stessa della Sicilia - spiega
Ruffino - può essere ricostruita attraverso la toponomastica. Non
cè una storia della Sicilia senza una corrispondente storia
linguistica dellIsola: le due cose coincidono necessariamente.
In questo senso, come sostiene il docente di dialettologia, lo studio
della cultura dialettale può avere senza dubbio una sua validità,
acquistare un suo significato. Si potrebbe anzi rivelare necessario
- aggiunge - e sarebbe riduttivo, se non fuorviante, trattarlo solo da
un punto di vista delle strutture linguistiche e grammaticali.
Studiare la grammatica di una lingua non la fa rivivere. Un esempio è
il latino, fatto linguistico, storico e culturale, tramontato con la fine
dellImpero romano. Non è che bisogna inserire lora
di dialetto - sottolinea Ruffino - L'insegnante si troverà ad avere
a che fare con esso in ogni momento. Nella scuola, il dialetto deve avere
piena cittadinanza proprio per consentire ai bambini dialettofoni un apprendimento
graduale e non traumatico della lingua italiana.
Spesso è accaduto il contrario. Con lespulsione del
dialetto - chiarisce il docente - si sono cacciati via i bambini da un
circuito comunicativo serenamente condiviso. Il dialetto è un bene
culturale e in quanto tale va salvaguardato, tutelato e valorizzato. Una
preghiera tramandata di generazione in generazione ha lo stesso valore
di una poesia del Parini o del Foscolo.
Anche osservando il settore editoriale possiamo accorgerci dellimportanza
dei cambiamenti in atto. Solo in questi mesi - osserva Ruffino -
a distanza di oltre cinquantanni dalla seconda guerra mondiale,
due grandi editori hanno realizzato due importanti collane sulla cultura
dialettale. Questo ha un significato, e una ragione. Gli editori hanno
avvertito che in una società sempre più globale e inglobante
cè questo bisogno di attingere alle proprie radici. Urgenza
che deriva dalla preoccupazione di un appiattimento e di unomogeneizzazione
culturale. E lofferta editoriale si adegua alla domanda: lesigenza
di aggrapparsi alle identità locali, alla cultura tradizionale.
Senza per questo - conclude - abbandonare prospettive di unità
culturale e linguistica di livello più alto. Non si realizzano
forme più ampie di unità culturale e politica se non si
valorizzano le culture regionali e le specificità linguistiche.
Elisa Pizzillo
(20 maggio 2003)
rev sage
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