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Attualità
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030409mari Scriveva
Geminello Alvi, sul Corriere della Sera qualche
giorno fa, che la guerra in Iraq alla fine si
rivelerà un pessimo affare per lAmerica.
Infatti, anche se lIraq ritornasse alla produzione di
3 milioni di barili di petrolio al giorno con un incasso
annuo di 25 miliardi di dollari, per ricostruirlo ce ne
vorrebbero 100, cui si aggiungerebbero i 300, reclamati dai
paesi creditori di Saddam. Pertanto la conclusione cui
giunge Alvi è che la ricostruzione sarà
in perdita. Eppure, ieri, i mercati azionari, Wall
Street in testa, hanno avuto unimpennata paurosa.
Segno che la fine della guerra è vicina? Lo abbiamo
chiesto a Giovanni Agnello, docente di Economia monetaria e
creditizia alla facoltà di Economia. I mercati
azionari sono delle entità economiche estremamente
sensibili che sono in grado di anticipare gli avvenimenti in
base alle aspettative. In questo caso,
loccupazione da parte dei tank americani e inglesi di
Bagdad e Bassora è stata interpretata dalle borse
come un segno che la pace è vicina e pertanto sono
andate al rialzo. Tornando alla tesi di Alvi, pare allora
piuttosto improbabile che lAmerica ci rimetta,
soprattutto ora che i mercati si sono ripresi: +5,84%
Francoforte, +3,44% Parigi, +3,18% Londra +2,29% Milano.
Sì - dice il nostro esperto - non
cè dubbio che la ripresa delle borse sia un
segno positivo, soprattutto per gli Stati Uniti,
perché sulla scia di Wall Street, con un
effetto-onda si muovono tutti gli altri mercati ed
è quello che è successo in questi ultimi
giorni.
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