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Attualità
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Obesità, sì ai farmaci ma in una terapia multidisciplinare Non pensare più e soltanto ai numeri della bilancia ma alla testa del paziente, al suo stile di vita, per fornire quel supporto psicologico in grado di favorire la "compliance" alla dieta. E spazio anche al farmaco, che può aiutare non solo nel calo ma anche nel mantenimento del peso, e ad acquisire un corretto stile di vita. Su questa linea si muove Michele Carruba, direttore del "Centro studi e ricerche sull'obesità" di Milano Spazio al farmaco per curare l'obesità, ma solo se inquadrato in una strategia terapeutica integrata. Si è parlato anche di questo nel convegno nazionale dell'Aisf, tenutosi sabato mattina allo Steri. Obesità: dieta, farmaci e stile di vita. Quale può essere l'apporto farmacologico in un terapia mirata alla perdita di peso? In che modo il farmaco può inserirsi tra la dieta e lo stile di vita? Può un farmaco aumentare la compliance (fedeltà) a una dieta e favorire l'acquisizione e il mantenimento di uno stile di vita corretto? Sono stati questi gli interrogativi sollevati dal professore Michele Carruba, direttore del "Centro studi e ricerche sull'obesità" di Milano, nel suo intervento: "La terapia dell'obesità: un approccio integrato". Carruba ha sottolineato l'importanza di una terapia multidisplinare che vada a integrare le diverse competenze mediche. "Il paziente obeso - ha sottolineato il docente - viene curato a pezzi: una cura per il colesterolo alto, una per il diabete, un'altra per l'ipertensione e così via, quando tutti questi problemi sono in realtà legati al sovrappeso. Un obeso porta, infatti, con sé tutto un bagaglio di malattie: diabete, colesterolo e trigligeridi alti. L'obesità, spesso, non viene vissuta come una malattia - ha sostenuto Carruba - e anche una volta che lo si è capito, la terapia è molto difficile. Il 95 per cento dei diabetici - aggiunge - non è insulino-dipendente, ma obeso. Obesità e diabete vanno, quindi, di pari passo, perché i meccanismi di origine delle due malattie sono gli stessi". Se un obeso perde 7 chili l'anno, si risparmiano circa 750 mila di lire in farmaci per le patologie connesse. Invece di curare le singole patologie i medici dovrebbero avere un approccio integrato, che non pensi più e soltanto ai numeri della bilancia ma alla testa del paziente, al suo stile di vita, che vada a fornire quel supporto psicologico in grado di favorire la compliance alla dieta, ha sostenuto il docente. E il ruolo del farmaco? Perdere peso sì, ma il difficile viene nella fase di mantenimento. Recenti studi hanno mostrato che i due farmaci attualmente presenti in commercio (Sibutramina e Orlistat) possono aiutare non solo in un calo graduale ma anche nel mantenimento del peso, con benefici in tutti i parametri legati all'obesità. Sibutramina e Orlistat agiscono in modo differente. Il primo accresce il dispendio di energia e fa alzare i livelli di serotonina nel sangue, aumentando così il senso di sazietà, mentre il secondo agisce a livello intestinale, inibendo l'attività della lipasi, un enzima che trasforma i grassi contenuti negli alimenti in riserve lipidiche. L'Orlistat riesce a inibire fino al 30 per cento l'attività della lipasi: i grassi non assorbiti vengono eliminati con le feci. Tra gli effetti collaterali l'assunzione di sibutramina comporta un leggero aumento della pressione arteriosa (non clinicamente rilevante, anche perché la perdita di peso ha dei benefici sull'ipertensione), mentre l'Orlistat deve essere gestito in modo corretto e combinato con una dieta ipolipidica. Nei due esperimenti, il farmaco è stato somministrato a un gruppo di pazienti prima per la perdita di peso. Successivamente sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali continuava a prendere il farmaco, mentre l'altro assumeva del comunissimo placebo. Il farmaco nei pazienti in cui è stato somministrato ha contribuito, rispetto ai "placebo", al mantenimento del peso e ad acquisire più stabilmente un corretto stile di vita, aumentando anche la compliance. "Per curare l'obesità - ha concluso il docente - bisogna darsi degli obiettivi ragionevoli per modificare poi tutta una serie di parametri e portare a una maggiore qualità di vita e a una minore mortalità. Non ridurre in modo aspecifico le calorie ma correggere i comportamenti sbagliati. Perdere peso significa essere più sani. L'uomo non è riuscito ancora ad adattarsi al nuovo ambiente in cui vive: l'habitat dell'abbondanza. La società stessa è schizofrenica: da un alto rifiuta l'obeso perché in sovrappeso, distante anni luce dalle veline che saltellano in televisione, dall'altro lo incita a seguire i suoi modelli di consumismo". Elisa Pizzillo
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