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Convegni e congressi

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Il suicidio? Un male adolescenziale
La disinformazione e i pregiudizi sulla salute mentale crescono in una società in cui un numero sempre più consistente di persone, soprattutto adolescenti, decidono di ricorrere al suicidio. Come prevenire? Attraverso la formazione di soggetti capaci di esprimere il proprio disagio interiore

L’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, ha dichiarato che l’1% delle cause di morte è riconducibile al suicidio. Un dato preoccupante, che diventa allarmante se pensiamo che è la seconda causa di morte fra gli adolescenti. Chi si orienta verso una scelta così drammaticamente categorica ha dovuto combattere col pregiudizio generato dall’ignoranza e dalla disinformazione. E allora ci si chiede cosa fare. Ci si interroga su quali siano le responsabilità e il ruolo delle istituzioni e delle strutture socio-sanitarie e, inevitabilmente, torna alla mente il vecchio adagio secondo cui prevenire è meglio che curare. E proprio di prevenzione suicidaria si è discusso a lungo nel corso di un convegno, tenutosi allo Steri giovedì 27 marzo, organizzato dalla facoltà di Scienze della formzione dell'Università di Palermo, avente per oggetto lo stigma e il pregiudizio nei confronti della salute mentale.
“Prevenzione è prima di tutto formazione, formazione etica ai valori, soprattutto a quello della vita – così ha esordito padre Salvatore Privitera, ordinario di Teologia morale presso la facoltà teologica di Sicilia nel suo intervento - specie in un momento come questo in cui le ragioni della guerra e le logiche egemoniche dominano incontrastate, dimostrando un disprezzo totale nei confronti del valore della vita”. Ci sono tanti modi in cui si può affrontare una tematica delicata quale quella del suicidio. Padre Privitera ha avviato una riflessione sul suicidio partendo dalla rivalutazione del significato del valore della vita. “La vita non è vita solo quando si ha a che fare con le persone sane, la vita non è vita solo quando si ha a che fare con la gioia e la pienezza del vivere, la vita non è vita solo quando è in piena realizzazione. La vita è vita sempre”. Ma non sempre la discussione sul suicidio viene affrontata da un punto di vista multidisciplinare, cioè secondo prospettive sociali, psicologiche e pedagogiche integrate in un quadro coerente e organico soltanto a partire dal quale è possibile avviare una serie di progetti che abbiano come oggetto la prevenzione. Il più delle volte il suicidio viene valutato secondo una prospettiva meramente compilativa e statistica. "Per quanto riguarda il caso del ragazzo di Rivoli - ha detto Cinzia Novara, dottoranda di ricerca presso l'Università di Lecce - che si è tolto la vita perché il servizio sociale cui si era rivolto insieme alla fidanzata per un’interruzione di gravidanza, si era rifiutato di assecondare la loro richiesta, il rischio è quello di farlo rientrare in un cliché consumato. Si tratta di un adolescente, categoria a rischio, maschio (secondo i dati sono percentualmente proprio questi a praticare il suicidio più spesso) e, infine, siamo in presenza di quello che psicologicamente viene indicato come 'fattore scatenante', ovvero una situazione che aveva provocato nel soggetto una rottura col normale contesto in cui si trovava a vivere". In pratica, secondo l'esperta, spesso non si riesce ad andare oltre ai meri dati, utili più ad una catalogazione burocratica che ad un intervento di sostegno. Siamo passati dalla società della repressione degli anni 60, nella quale non era possibile esprimere i propri stati d’animo e i propri sentimenti, - ha aggiunto Novara - a quella dell’espressione, tipica dei nostri giorni, in cui la soddisfazione dei nostri bisogni è legata alla capacità di saperli esprimere. Ecco che diventa importante al fine della prevenzione formare dei soggetti attivi, capaci di portare all’esterno ciò che hanno dentro. Bisogna aumentare gli spazi dedicati all’ascolto come gli sportelli a scuola, ma allo stesso tempo occorre aumentare la capacità dei ragazzi di esprimersi”.
“Il suicidio – ricorda Gioacchino Lavanco, docente di Psicologia di comunità della facoltà di Scienze della formazione – è nell’assenza di comunità e nell’assenza della possibilità di esprimersi”.
Maria Catena Salerno

(31 marzo 2003)

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