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Le effimere illusioni
del ritorno alla carta

 

di Franco Nicastro


Fino a qualche anno fa l’espansione dell’informazione su Internet sembrava inarrestabile. Nascevano nuove testate e nuovi portali, decine di giornalisti si trasferivano dalla carta stampata al web, il mercato editoriale era in piena fibrillazione. Chi pensava che la stampa fosse avviata verso il viale del tramonto ha dovuto però ricredersi. Uno dopo l’altro i progetti che credevano nel matrimonio tra la rete e le news hanno subìto un drastico ridimensionamento. I conti erano sbagliati, l’euforia ingiustificata, la pubblicità (principale fonte di finanziamento) non ha creduto fino in fondo nella forza propulsiva di Internet.
Il corso della storia riprende dunque i contatti con un passato che non è passato. Si torna alla carta: le nuove frontiere editoriali riscoprono il più tradizionale dei mezzi d’informazione e rendono ancora attuale il celebre motto di Hegel sulla lettura del giornale intesa come una laica “preghiera del mattino dell’uomo moderno”. Nel giro di poco tempo il panorama editoriale italiano ha allargato i suoi orizzonti. Oltre a nuove testate provinciali, che sfidano le difficoltà del mercato puntando sull’informazione locale, sono nati tre quotidiani nazionali. Il primo a giungere in edicola è stato il 23 ottobre 2002 il Riformista (una specie di Foglio di centrosinistra). Poi è toccato al quotidiano economico Finanza e Mercati. E dal 12 febbraio 2003 c’è Europa, che occupa uno spazio vicino alla Margherita. È vero, sono giornali che non nascono da progetti ambiziosi. E si collocano in una nicchia di mercato che si rivolge a un’élite politico-culturale. Queste operazioni si richiamano in qualche modo all’esperienza del Foglio che per primo ha spezzato la lunga e consolidata tradizione dell’editoria quotidiana italiana prigioniera del modello omnibus. La nuova formula punta più sull’analisi e sul commento che sulla completezza e l’indipendenza dell’informazione. La linea anzi è chiara e il lettore sa bene a quale polo il giornale fa riferimento. Lo legge quindi non per arricchire il proprio bagaglio cognitivo o trovare un’informazione più libera ma perché lo considera un utile strumento di interpretazione delle vicende politiche.
Liberato dall’assillo di una copertura informativa a tutto campo perché destinato a essere il secondo o il terzo giornale, il quotidiano della nuova generazione richiede strutture snelle e investimenti contenuti. Tutto è ridotto all’essenziale e il break even (punto di pareggio) si raggiunge con vendite di poche migliaia di copie. I ricavi pubblicitari e i contributi della legge sull’editoria (generosi con le testate legate a partiti o gruppi parlamentari) consentono perfino all’editore di non considerare fondamentale la voce delle vendite. Spesso l’obiettivo primario di queste testate è quello di entrare nelle mazzette di opinion leader e professionisti della politica e nelle rassegne stampa di radio e televisione per ricavarne vantaggi promozionali e quote di autorevolezza.
Ma se così stanno le cose, la vivacità del panorama editoriale e il ritorno alla carta non sembrano destinati a incidere allora sulla diffusione dei giornali. E infatti gli ultimi dati dicono che la crisi è anzi progredita. Nel 2002 in Italia si sono venduti, secondo la Fieg (Federazione degli editori), meno di sei milioni di copie di giornali. Per la precisione 5 milioni e 888 mila. Rispetto al 2001 c’è stato un calo del 2,8 per cento. La media nazionale di 127 acquirenti ogni mille abitanti sopra i 14 anni pone l’Italia quasi in fondo alla classifica europea. Siamo molto lontani dalla Norvegia (705), dall’Inghilterra (383), dalla Germania (371) e dalla Francia (180). La scarsa propensione alla lettura è un retaggio alimentato dal peso di un sistema televisivo che non ha confronti nel resto dell’Europa e che cattura una quota altissima di risorse pubblicitarie lasciando le briciole alla stampa. Questo ritorno alla carta potrebbe dunque essere un fenomeno illusorio che non allarga il mercato e non scova nuovi lettori.

(24 marzo 2003)

 

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