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"Palermo-città della mafia"
Come distruggere lo stereotipo
Costruire l'immagine efficace di una metropoli liberandola dallo stereotipo rischia a volte di privarla di un'identità. E' quello che è emerso da un convegno sulla promozione dello sviluppo locale organizzato dal Comune di Palermo

“La città non è un detersivo” ha detto Gioacchino Lavanco, docente di Psicologia di comunità all’Università di Palermo, nel corso di un convegno sull’immagine della città e i suoi cambiamenti tra patrimonio artistico e innovazione culturale. Chiamato a coordinare il dibattito, che ha visto confrontare per tre giornate consecutive esperti, specialisti, politici e giornalisti, Gioacchino Lavanco, ha anche esposto il suo punto di vista in merito all’immagine che storicamente Palermo ha dato di sé al mondo.
Cosa vuol dire che la città non è un detersivo? Evidentemente per spiegare quest’affermazione occorre far riferimento alle strategie di marketing, impiegate per promuovere la vendibilità di un prodotto, dal prodotto città al prodotto detersivo per l’appunto. ”La scuola milanese – dice Lavanco – ha da tempo diversificato il concetto di marketing delle metropoli, l’immagine di una città a differenza di quella di un detersivo non dev’essere venduta, occorre dunque, costruire una fruibilità del prodotto metropoli”. E soffermandosi sulla situazione palermitana, il professore distingue due grandi epoche caratterizzanti: ”In un primo tempo Palermo ha dimostrato una totale incapacità di discutere con i mezzi di comunicazione - ci racconta – in anni non ancora sospetti amavo ricordare che la Sicilia e Palermo avevano avuto bisogno di tutta la cinematografia hollywoodiana per avere un’identità. Per esempio se intorno a Corleone non ci fosse stato il padrino e tutta l’iconografia relativa, Corleone sarebbe un posto come tanti altri. Poi è seguita una parentesi di un rapporto manipolativo coi media cioè si è diffuso il pensiero secondo cui bastasse dare degli insite molto forti, capaci cioè di toccare l’immaginario dei media per cambiare volto alla città. Però fare a Palermo le cose che si facevano a New York non ha cambiato l’immagine della città, ha solo portato Palermo sul New York Times”.
Tutto questo per dire cosa? “E’ difficile distruggere uno stereotipo – spiega Lavanco – perché se improvvisamente dalla Sicilia non arrivassero più cantilene, odor di mafia e luoghi comuni sul caos cosa ne sarebbe della Sicilia? E’ un po’ come per Napoli, se questa non fosse pizza, pulcinella e mandolino allora cosa sarebbe? Alla possibilità di perdere un’identità stereotipata si accompagna il rischio di non avere un’identità”. Cosa fare dunque? “Anzitutto avviare una discussione seria sulla questione affinché la stessa possa servire da stimolo per la riflessione e lo sviluppo di micro-progetti di intervento”.
E con queste parole Gioacchino Lavanco si fa interprete del pensiero di Totò Cordaro, presidente del Consiglio comunale, che è stato promotore dell’iniziativa, e lo ringrazia, non per piaggeria, come tiene a sottolineare, ma proprio per l’importanza che ha l’assunzione di un ruolo organizzativo nell’ambito di una manifestazione di questo tipo da parte di un’istituzione cittadina. ”Il 94% dei cittadini non è in grado di citare più di due nomi di consiglieri comunali e questi di solito sono appartenenti a personaggi di rilievo nazionale e per questo assumono maggiore visibilità – riferisce Lavanco citando un’indagine sociologica da lui stesso condotta – questo avviene perché il comune ha perso l’identità di interlocutore diretto dei cittadini. E’ significativo, dunque, che il Comune di Palermo abbia dimostrato un ruolo attivo, organizzando un convegno per la promozione dello sviluppo locale, mettendo in evidenza i limiti di strategia e interregondosi sulle cose da fare in futuro”.
Maria Catena Salerno

(10 marzo 2003)

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