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Lettere e Filosofia

030228mari
Quando il disagio intra-familiare esplode
in acting out: il caso di Novi Ligure
Interessanti spunti di riflessione emergono nell’analisi del caso di Novi Ligure a cura del professore Mario Grasso, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università di Palermo, presentata nel corso del convegno sul disagio familiare e l’acting out promosso dalla facoltà di Lettere e dal corso di Laurea in Servizio Sociale

“Credo nella morte, fine d’ogni dolore”. A pronunciare questa lapidaria sentenza è stata Erika. Erika di Novi Ligure, protagonista della terribile vicenda che la vide coinvolta, insieme al fidanzato Omar, nell’omicidio della madre e del fratellino. Episodio di cronaca, risalente al marzo del 2001, che profondo clamore destò nell’opinione pubblica. Il perché ce lo ha spiegato Mario Grasso, docente di Sociologia della famiglia presso il nostro ateneo, nel corso del convegno sul disagio familiare e l’acting out, organizzato dalla facoltà di Lettere e Filosofia. “Giornali e telegiornali ci hanno ormai abituati ad assistere ad episodi tragici in cui i protagonisti in negativo finiscono per essere sempre più spesso genitori e figli – commenta tristemente il professore Grasso – ma la vicenda di Novi Ligure ha ricevuto un’attenzione particolare da parte dell’opinione pubblica, che va al di là del risalto attribuitogli dai media. La cosa è spiegabile attraverso il sentimento d’identificazione scattato presso la stragrande maggioranza delle famiglie italiane con quella che è stata sentita come una famiglia normale, dove per normale è da intendersi una famiglia che per ovvie ragioni non è possibile includere nella categoria sociologica di famiglia a rischio”. Il nostro esperto prosegue, illustrandoci tramite l’accurata analisi di un delitto, la tipologia sociologica cui è possibile ricondurre la famiglia di Erika. “Quella di Erika è una famiglia come tante, d’estrazione borghese: il padre ingegnere alla Ferrero, la madre insegnante. I motivi apparenti di scontro con la faglia si sostanziano unicamente nel rendimento scolastico e nella relazione con il fidanzatino. Visto un quadro apparentemente così sereno, cosa può avere indotto un’adolescente come tante, ad infliggere una serie di coltellate alla propria madre fino a lasciarla senza vita? – Giunge immediata la risposta di Mario Grasso – L’aspirazione ad una libertà assoluta sostanziata dal possesso di una libertà già molto ampia, anzi troppo ampia. Quando Erika afferma di credere nella morte come fine di ogni dolore include nella sua visione pure la morte della madre, che idealmente viene liberata da ogni sofferenza. E’ il segno profondo di uno squilibrio intra-familiare. Probabilmente Erika non ucciderà più. Sebbene ella non abbia mostrato il benché minimo sintomo di pentimento per il suo terribile gesto e di fronte alle domande degli psicologi non abbia escluso la possibilità di potere ripetere secondo le stesse dinamiche la vicenda che l’ha resa celebre, questi elementi non sono sufficienti a farla ritenere “socialmente” pericolosa. E’ in seno alla dimensione familiare che erano nate e si erano sviluppate una serie di contraddizioni e di disturbi psico-patologici destinati a fare scattare una violenza assoluta unicamente in quel contesto, contesto in cui era latente un disagio esploso inevitabilmente in acting out”. Erika è un’adolescente, ribadisce Grasso e parlando di questa delicata fase egli prosegue il suo intervento. “La linea d’ombra, la definisce Conrad ossia quella linea che determina il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Fase estremamente delicata in cui muore l’immagine del proprio corpo bambino, la sicurezza di un mondo stabile, la credenza nell’onnipotenza genitoriale. L’adolescente desidera essere autonomo, così come Erika lo desiderava, ma non vuole essere abbandonato ad una libertà in cui rischia di perdersi. Vuole sostegno, cosa che probabilmente ad Erika è mancata. Erika, come tutti gli adolescenti aveva bisogno di sostare sulla soglia di casa, ma con l’uscio socchiuso”.
Maria Catena Salerno

(28 febbraio 2003)

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