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Architettura

030219damo
Modernità o conservazione?
Il mondo del restauro s’interroga
Nell’ultimo decennio la cultura architettonica ha cercato una risposta al quesito creando a volte gli esiti più disparati. Dalla Carta di Venezia in poi però il filone dominante è stato quello della permanenza di materia e forma

Nell’ultimo decennio l’architettura ha vissuto un conflitto interno dovuto alla contrapposizione tra restauro, inteso come permanenza, e progetto, nella sua accezione di trasformazione e nnovazione. Il professore Claudio Varagnoli, docente presso l’Università di Chieti, ha affrontato il dibattito che si è svolto attraverso le opere di vari architetti che fanno da exemplum per spiegare il cammino di crescita del concetto di restauro architettonico. Nel passato uno dei teorizzatori del restauro è stato cesare Grandi, che pensava all’atto restaurativo come a un momento in cui passato e presente dovessero dialogare. Conciliando le due visioni contrapposte, il restauro, per Grandi doveva essere, specchio di ieri e rappresentazione di oggi, un compromesso tra modernità e conservazione. Il restauro non deve compensare il passato, ma deve essere atto dell’oggi. Roberto Pane, al contrario, aveva messo da sempre in luce come nel recupero di un monumento debba essere presente un atto creativo. Anche la semplice stesura di un intonaco implica delle precise volontà progettuali e per questo è sempre innovativo. Gli inizi degli anni Ottanta questa contrapposizione così forte inizia a spegnersi e un esempio è il modo di operare di Ignazio Morales che abbandona il concetto secondo cui il restauro è l’esasperazione del moderno, decreta la sconfitta dell’architettura”moderna”, come era intesa fino all’inizio del decennio. Si comincia a delineare da questi anni in poi una teoria del restauro che è legata all’analogia e al ripristino dell’architettura precedente. La conferma dell’impossibilità di contemperare i due termini, restauro e progetto, emerge anche dal lavoro di Manfredi Tafuri che asserisce che non c’è contatto tra conservazione e progetto, ma bisogna scinderli. Da un lato c’è l’attività propriamente scientifica della conservazione e dall’altro la creatività del restauro che può esprimersi nel modellare e manipolare sempre restando in contatto con il passato. “Nell’ultimo periodo, con la creazione dei corsi di restauro- dice il professore Varagnoli- si assiste sempre di più alla nascita di due professionalità distinte, il restauratore e il progettista”. Tra gli esempi di architettura e di monumenti restaurati trattati durante la conferenza sono state individuate diverse modalità, che hanno guidato i lavori di recupero. La prima categoria d’intervento è quella chiamata “contenitore”, o “guscio”, cioè l’idea di considerare l’architettura del passato come un involucro nel quale è possibile muoversi e costruire. Questa modalità si è sviluppata e ha avuto successo in particolare durante gli anni Sessanta e Settanta. Ne sono un esempio il teatro dell’Operà di Lione, l’auditorium Paganini, disegnato da Renzo Piano e Palazzo Grassi a Venezia. Quest’ultimo (in alto nella foto) negli ultimi restauri un nuovo ordine e una nuova luminosità: una luminosità che è accresciuta dal flusso di luce che entra dalla copertura in vetro del cortile, ove le strutture metalliche (le travi reticolari poste nel restauro precedente) sono state rivestite per assumere parzialmente una funzione di lame brise-soleil. La seconda modalità consiste in una rilettura delle leggi dell’architettura, come per esempio il convento di San Francesco a Bagna cavallo o il mercato di Ortigia. Si tende ad accoppiare la nuova funzione dell’edificio con l’antica e originaria, privilegiando l’architettura delle origini, ma rivisitandole in contrasto. La terza infine, si riferisce alla categoria del tipo-modello, a cui si rifanno il restauro eseguito da Giorgio Grassi sul teatro di Sagunto in Spagna e il lavoro fatto nell’oratorio dei Filippini in Belgio (foto a lato).In quest’ultimo caso all’interno della chiesa sono presenti le varie fasi della costruzione risalenti a un’ipotetica visone del tipo. L’intonaco è accostato ai mattoni e questi al lamellato che copre l’intera cupola, ricreata secondo l’originale, ma con materiale diverso. Il concetto di tipo è ancora più evidente nel teatro di Sagunto dove Grassi ha ricostruito anche il proscenio, immaginando che l’originale versione dell’architettura romana comprendesse anche questa parte e non solo l’anfiteatro.
Daniela Mogavero


(19 febbraio 2003)

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