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Lettere

030214rova
La figura del retore nell’opera di Ovidio
Un seminario per comprendere l’importanza dell’oratore nella Roma di Augusto. In evidenza il rapporto fra l’applicazione di tecniche oratorie in Ovidio e uno dei principali trattati sull’argomento, il De oratoria di Cicerone. Questo il tema centrale di un convegno organizzato alla facoltà di Lettere

“L’ars oratoria”, la capacità di comunicare in modo efficace, era fondamentale nel mondo latino e greco. Della sua importanza si è parlato in un seminario tenutosi il 28 gennaio alla facoltà di Lettere dell’Università di Palermo. In particolare è stato messo in evidenza il rapporto fra l’applicazione di tecniche oratorie in Ovidio e uno dei principali trattati sull’argomento, il De oratoria di Cicerone, fra i retori più apprezzati nell’antica Roma.
In dversi poeti, fin dalle epoche più lontane, è asplicito il richiamo alle regole del “buon parlare”. Si pensi all’Iliade, dove Omero scriveva della contesa fra Ulisse e il più forte degli eroi achei, Aiace, per le armi di Achille. In questo frammento dell’immensa opera èchiara la superiorità del re di Itaca, dovuta non solo alla sua furbizia, ma anche ad una perfetta padronanza delle tecniche retoriche. Si tratta del più famoso esempio letterario di contesa oratoria. Un modello vero e proprio, tanto da essere ripreso secoli dopo, in età imperiale, dal poeta preferito dalla corte di Augusto, Ovidio. L’episodio è presente nel libro 13 delle Metamorfosi.
Lo scontro verbale fra i due achei evidenzia la piena conoscenza da parte del poeta latino, dei “pate” dell’oratore, come è confermato da un confronto con Cicerone. “Aice – ha detto Alfredo Casamento, assistenye di letteratura latina alla facoltà di Lettere – entra in scena inun modo concitato. Il suo intervento risulta sgaziato. Parla agitando le mani e il poeta non può fare a menoche sottolinearne l’”impatiens irae”. “Oratorem vero irasci minime decet” recita un verso delle Tusculane di Cicerone. In poche parole all’oratore non si addice l’ira. Aiace ha, quindi, già violato una delle regole fondamentali del retore, “mantenere la calma”, anche se Cicerone ammette che fingere certe volte non fa male. “Ma Aiace non finge – ha aggiunto Casamento -, infatti, gesticola ‘intendesque manus’”. Il confronto con Ulisse è omprobabile. Fin dalle prime battute è evidente una superiorità schiacciante. “Troviamo espressioni- ha detto Casamento – in cui Ylisse mette in atto la tecnica della ‘captatio benevolentiae’. Nel frammento che va dal verso 128 a quello 139, Ulisse ricordando la morte di Achille fa finta sdi ascuigarsi gli occhi. Cicerone nel ‘De oratoria’ sottolinea l’importanza del pathos”.
Ovidio associa il fingere all’idea dell’eloquenza e dà a quest’ultima un’importanza superiore alla bravura nell’uso delle armi, guarda caso la specialità in cui spicca l’avversario di Ulisse, Aiace. “Ulisse ripercorre tutta una serie di episodi positivi per i greci, esaltando la propria bravura. L’eroe chiede le armi per quell’arma di cui si è servito con successo in innumerevoli occasioni, l’eloquenza”. Ancora una volta è possibile trovare nell’opera di Cicerone un riferimento esplicito alla tecnica utilizzata da Ovidio. Nel libro secondo del ‘De oratoria’ si dice chiaramente che l’oratorefa bene a citare episodi che confermino l’imortanza della sua “vis eloquendi”.
Ma è l’ultimo frammento analizzato a stupire per il paradosso che contiene. Come abbiamo visto Ulisse dice che le parole vengono prima dell’azione. Poi, però, cambia registro: “non credete a parole inesistenti, guardate le ferite”. Il re di Itaca esalta le ferite ricevute in combattimento soltanto per sminuire il fatto che Aiace è rimasto illeso in tanti anni di guerra. In realtà quest’ultimo è il più forte guerriero che resti agli achei dopo la morte di Achille, e proprio alla sua esperienza maturata sui campi di battaglia si deve l’assenza di cicatrici. Ma il furbo ed “eloquente” Ulisse sa trasformare un pregio in un difetto facendo apparire Aiace vile al suo confronto.
In Ovidio è chiaro l’intento di esaltare con Ulisse il ruolo che l’oratore ricopre nella Roma imperiale. Ulisse, come il retore, è il “dux” al quale viene affidato il compito di guidare la città.
Roberto Valguarnera

(14 febbraio 2003)

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