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Convegni e congressi - Lettere

030212mari
Disagio familiare ed acting-out
Prevenzione o repressione?
Questi i temi affrontati nel corso del convegno, promosso dal corso di Laurea in Servizio sociale in collaborazione con l'Antim (Associazione nazionale per la tutela giuridica dell'incapace e del minore),che si è tenuto alla facoltà di Lettere e filosofia

“La violenza agita all’interno delle famiglie aumenta a dismisura. Sono 226 i delitti consumati in famiglia nel 2001 contro i 151 del 1998. Gli uxoricidi in percentuale sono i più numerosi, seguono i parricidi e i figlicidi. Non si possono stabilire relazioni tra delitti e ceti sociali d’appartenenza o provenienza geografica e, se costatiamo una leggera maggioranza di crimini al nord é solo perché lì risiede una popolazione più numerosa. Nel 2002, infatti, si contano 19 delitti perpetrati all’interno della famiglia in Sicilia, seconda regione dopo la Lombardia, che detiene questo triste record. In tutto dal 1994 ad oggi si contano 761 vittime della violenza familiare”. Dati che pesano come macigni. Sono stati presentati dal professore Gaetano De Leo, docente di Psicologia giuridica all’Università “La Sapienza” di Roma, durante un convegno sul disagio familiare, tenutosi presso la facoltà di Lettere e Filosofia. De Leo individua due cause principali alla base del problema ampiamente dibattuto della violenza in famiglia o actig out. La prima è riconducibile all’esasperato ruolo auto-referenziale della famiglia. “La famiglia nucleare non esiste più - dice De Leo – Nemmeno l’Istat la riconosce più tra le sue categorie. Così come non esiste una netta separazione dei ruoli all’interno delle mura domestiche riconducibile alla famiglia tradizionale che vedeva nel padre il leader strumentale e nella madre quello espressivo. Oggi a prevalere sono le famiglie cosiddette “a doppia carriera” nella quale ciascuno dei coniugi ricerca la propria realizzazione personale nell’attività lavorativa prima che in famiglia. Ne consegue che il percorso di crescita dei figli, influenzato da molteplici fonti con cui essi vengono quotidianamente a contatto, non sempre può essere adeguatamente “seguito”. La seconda causa è rintracciabile nella crisi, attestata ormai a più livelli, del ruolo maschile. Se complessivamente le vittime della violenza familiare dal ’94 ad oggi sono 761, come su citato, occorre fare una distinzione significativa. Gli uomini sono nettamente in maggioranza sia tra gli esecutori materiali dei delitti, che tra i suicidi. Che cosa implica una simile constatazione? “ L’uomo spesso non riconosce più all’interno del proprio nucleo familiare la potestà genitoriale perché non riesce ad imporsi come modello per i figli, più propensi, specie nell’età adolescenziale a ricercare altrove modelli di riferimento – Continua De Leo – Inoltre sempre più spesso il ruolo dell’uomo come partner affettivo viene messo da parte e sostituito dall’amore esasperato per i figli da parte della moglie. Quali le soluzioni proponibili? Il professore De Leo, più in qualità di operatore sociale, che di docente ritiene che la prevenzione in questi casi sia la soluzione più auspicabile. Ma laddove un problema c’è, occorre intervenire attraverso quelli che egli definisce “incontri protetti trattamentali”. “Esiste uno scarto tra separazione legale e separazione psicologica – spiega De Leo – Da qui si impone la necessità di questi incontri, che garantiscono il diritto alla continuità dei rapporti. Essi fanno parte di una metodologia già operativa a livello europeo, ma che comincia a muovere i primi timidi passi anche da noi, a Roma e a Milano. Quello che occorrerebbe, inoltre, sono norme giuridiche nuove in fatto di minori e una mediazione efficace da parte degli operatori del sociale: psicologi, assistenti sociali, medici capaci di tradurre in domanda quelli che sono i bisogni inespressi all’interno di ogni vissuto familiare patologico”.
Maria Catena Salerno

(12 febbraio 2003)

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