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030205mari
Economia, l'America si riprenderà prima dell'Europa
Il clima d’incertezza e il diffuso senso di crisi fanno temere l’avvento di un nuovo periodo di recessione. Per capire quanto ci può essere di vero in questa ipotesi abbiamo girato la domanda al professore Giovanni Agnello, docente di Economia monetaria e creditizia presso la facoltà di Economia


Il cambio euro/dollaro si attesta attualmente su una posizione di sostanziale parità. Ma quali sono le ragioni? Le abbiamo chiese a Giovanni Agnello, docente di Economia monetaria e creditizia presso il Dipartimento di Economia politica. “Esistono due tipi di spiegazioni – ci ha illustrato il professore – alcune di natura convenzionale, altre di natura strutturale, cioè legate alla struttura delle rispettive economie”. Partendo dalle prime, Giovanni Agnello ha parlato di differenziali dei tassi di interesse e dei tassi d’inflazione. “In America i tassi di interesse sono più alti e questo determina come conseguenza la convenienza a tenere dollari rispetto ad altre monete, del resto anche i tassi di inflazione sono migliori rispetto a quelli europei”. E parlando di ragioni strutturali? “Quella europea e quella americana sono due realtà istituzionalmente molto diverse. L’economia americana è stata da sempre aperta al mercato e presenta delle strutture finanziarie che prevedono sistemi di raccolta del risparmio diversi da quelli europei, che invece sono da sempre banco-centrici. Pensiamo alle due strutture cardine delle rispettive economie: la Bce e la Fed. La prima ha avuto un atteggiamento sostanzialmente passivo nei confronti della seconda e non è stata altresì in grado di assumere una rigorosa posizione politica. Anche quando negli Stati Uniti si è verificato il ribasso dei tassi di fronte alla crisi dell’economia reale la Federal Reserve si è preoccupata di dare linfa al sistema per rallentarne la discesa senza preoccuparsi dell’aggregato monetario, cioè del problema della liquidità, che invece rappresenta da sempre una preoccupazione per la Banca centrale europea. Il suo obiettivo è, infatti, la stabilità dei prezzi – continua Giovanni Agnello – questo vuol dire controllo dell’aggregato monetario, ma esso oggi è il frutto di una ricompensazione tra realtà europee differenti, quindi non è più molto significativo”. Il Patto di Stabilità, in Europa rallenta la nostra crescita economica? “Questo aspetto – dice Agnello – è stato un po’ mitizzato, ma in realtà non è così. Ad incidere sono sicuramente i messaggi provenienti dalla Bce e la credibilità di cui essa si investe come istituzione economica di contro alla Fed, che pur trattandosi d’istituzione economica anch’essa, ha sempre avuto come obiettivo la crescita”. Eppure il dollaro risulta indebolito. “Sì, se pensiamo che nel 2000 il rapporto di cambio euro/dollaro era 1 dollaro = 1,1669 euro e che fino a prima dell’11 settembre l’euro continuava a trovarsi in una posizione di debolezza con quote che scendevano fino a 0,80 con una svalutazione del 30%”. Ma non fino al punto di parlare di un imminente periodo di recessione nell’economia statunitense. “No – rassicura il nostro esperto – sarebbe più opportuno parlare di stagnazione, perché l’economia americana ha sempre dimostrato di possedere una reattività, connaturata proprio alle sue caratteristiche di mercato. Al pericolo di una recessione imminente va piuttosto incontro l’Europa”. Come evitare, dunque il rischio? “L’Europa deve portare avanti delle riforme istituzionali e superare dei nodi strutturali, creare una leadership che funga da traino per l’intero sistema – e quando fa quest’affermazione Agnello pensa all’Inghilterra, l’unica che potrebbe realmente portare una ventata di novità, a suo avviso – l’unica strada possibile è quella di un’economia di mercato per la quale ciascuno stato dovrebbe creare le migliori condizioni in cui essa possa funzionare, salvaguardando tuttavia i diritti dei meno abbienti”.
Maria Catena Salerno

(5 febbraio 2003)

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