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| Cronaca
universitaria |
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030107trupi
L'ingegnere
oggi: più che un diplomato, meno di un professionista
Intervista ai professori
della facoltà di Ingegneria gestionale, La Commare e Noto la Diega
per comprendere come la riforma dell'Università abbia cambiato
questa figura professionale
"La vecchia laurea
quinquennale (spesso portata a termine in 7 anni piuttosto che in 5) formava
ingegneri, ossia professionisti in grado di risolvere qualunque tipo di
problema legato al loro ambito di studi. Fornire oggi la stessa preparazione,
in soli 3 anni, è praticamente impossibile". E' questo il
pensiero di Sergio Noto La Diega, docente di Economia aziendale alla facoltà
di Ingegneria gestionale dell'Università degli studi di Palermo,
che riconosce la necessità della riforma, sottolineando però
come questa abbia cambiato ben più dei tempi di laurea. "Il
mercato del lavoro reclama a gran voce i nostri studenti. C'è necessità
di figure specializzate, soprattutto di ingegneri, e con l'apertura dei
mercati i nostri giovani si ritrovano a dover competere non solo con i
loro connazionali, ma con professionisti provenienti dai vari paesi dell'Unione
europea. Il nostro ingegnere, seppur preparato a dovere, lasciava l'Università
ben oltre i 25 anni, in media, mentre gli altri paesi sfornano ingegneri
laureati anche a 21 anni. Questo dimostra che era necessario fare qualcosa.
Bisogna però tenere presente che è fisiologico che in qualche
modo si paghi il fatto di voler "fare più in fretta".
L'ingegnere triennale è una nuova figura professionale, con qualcosa
in più e qualcosa in meno, comunque diverso".
Il professore Umberto la Commare, presidente del Corso di laurea in Ingegneria
gestionale, chiarisce inoltre il ruolo della laurea specialistica nella
formazione universitaria degli ingegneri. "Lo studente che compie
un percorso formativo triennale è pronto per il mondo del lavoro.
Ciò significa che durante i tre anni gli verranno fornite le competenze
teoriche sì, ma maggiormente pratiche. Per passare da 5 a 3 anni
è stato necessario e inevitabile sacrificare delle materie e accorparne
altre e non si poteva certo dare agli studenti la base della disciplina
senza che avessero le nozioni di pratica, o non sarebbero mai stati pronti
al lavoro. Decidere di iscriversi al biennio specialistico significa voler
investire sulla propria formazione, quella che può dare le basi
su cui poggiare il "saper fare" acquisito nel triennio precedente.
Due gradini successivi dunque che però segnano un percorso, potremmo
dire, a ritroso".
"La preoccupazione, condivisa a livello nazionale, riguardo alla
possibilità di formare gli ingegneri in 3 anni - dice il professore
Noto La Diega - è legata sostanzialmente a due ragioni: una riguarda
le competenze trasversali che, ad esempio, un ingegnere gestionale deve
possedere, per la particolare natura del suo ruolo, l'altra riguarda la
maturità dei ragazzi, sia per l'età media più bassa
che per la minore permanenza all'Università e dunque il minor tempo
a loro disposizione per assimilare concetti di base e materie specialistiche".
"Dobbiamo comunque tenere presente che siamo nel pieno del periodo
di transizione - aggiunge il professore La Commare - e dunque in una fase
di assestamento, con i primi laureati che usciranno solo il prossimo anno.
Abbiamo rivisto tutti i corsi, ma risulta impossibile stroncarli ad un
certo punto, e abbiamo fatto i salti mortali per far rientrare una materia
nelle ore ad essa assegnate".
"Forse dovremmo rivedere ulteriormente la distribuzione dei crediti
- propone Noto La Diega - e "spalmare" le materie su più
semestri, in maniera da farle meglio assimilare dai ragazzi, che nel frattempo
maturerebbero. Si dovrebbe fare con la matematica innanzitutto, ma credo
che sarebbe un bene farlo anche per altre discipline specialistiche".
Rosalia Trupiano
(11 dicembre 2002)
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