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Attualità
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021217prom "La realtà in cui oggi viviamo
è inserita in un processo di rivoluzione il cui sbocco finale ci
è ignoto. Chi dice di conoscere questo sbocco sta mentendo, perchè
non è facile capire dove stiamo andando. Nessuno lo sa. Per questo
motivo il ruolo dell'Università consiste nell'evitare di creare
false aspettative negli studenti. Occorre, invece, mettere a punto tutta
la strumentazione critica che abbiamo per essere nelle condizioni di disporre
di una bussola, di costruirci una stella polare. E a mio parere chi ha
anche una buona cultura filosofica, possiede qualche strumento in più
per capire". Parola di Franco Lo Piparo, docente di Filosofia del
linguaggio presso la facoltà di Lettere, che analizza così
il nuovo scenario mondiale della comunicazione creato dalla modernità.
A questo proposito, Lo Piparo ci parla del nuovo corso di laurea in Filosofia
della conoscenza e della comunicazione (il cui consiglio è da lui
stesso presieduto), un corso che si propone di sviluppare e rafforzare
l'interdipendenza tra cultura tecnico-scientifica e umanistica, mettendo
in risalto gli studi di intelligenza artificiale, che sono studi di alta
filosofia applicata, nel contesto della filosofia tradizionale, "poichè
- afferma - si tratta di una relazione necessaria, di una intelaiatura
naturale: adesso gli ingegneri che si occupano di intelligenza artificiale,
loro malgrado, sono obbligati ad occuparsi dei tradizionali problemi filosofici.
Intelligenza artificiale significa capire come si possa simulare la cosiddetta
intelligenza naturale, studiata dai filosofi e dagli psicologi. In questo
momento la grande filosofia viene fatta da coloro che si occupano di questo,
e quindi anche di fisica, matematica, astrofisica. E' lì, in quei
laboratori, che si incontrano i grandi problemi filosofici; non come qualcosa
di esterno". In effetti, "questo è un corso di laurea
dove si studia anche molta logica, assieme ai fondamenti della matematica
e della fisica post-galileiana, tutti settori per i quali è fondamentale
il problema del linguaggio, della retorica, dei meccanismi con cui noi
con le parole ci inganniamo, ci persuadiamo. Lo scopo è quello
di creare una figura di studioso della filosofia che sia dotata, oltre
che della strumentazione tecnica, della capacità di alimentarsi
di cultura altamente tecnico-scientifica e, allo stesso tempo, di alimentarla:
per farlo, si rende necessario un buon grado di flessibilità mentale,
che poi non è soltanto un dato naturale ma è frutto di addestramento
e di palestra. E' ovvio che per riuscire ad ottenere una buona conoscenza
filosofica bisogna sapere che esiste anche Euclide, non solo Tommaso.
Partendo da questi presupposti, i neolaureati potranno lavorare nel campo
dell'industria informatica, dell'industria culturale, oltre che nel campo
dell'insegnamento. Certo, sugli sbocchi professionali generalmente si
fa molta retorica e si vendono illusioni; le domande del mercato possono
cambiare radicalmente nel giro di pochi anni". Discorso che vale
per ogni campo di studi. Ma riallacciamoci al concetto espesso in partenza:
la rivoluzione dei processi comunicativi, allora, non porterà ad
una perdita delle radici proprie di ogni comunità linguistica e
culturale in genere? Che ne sarà, ad esempio, dell'uso del dialetto?
Lo Piparo, in virtù di quanto espresso finora, spiega: "Io
non sono un apocalittico; le radici non le perdiamo, semmai vengono modificate,
riorganizzate. Non è facile abbandonarle. Il problema del dialetto
riguarda l'intero globo terrestre; non è solo un fatto siciliano,
riguarda pure il il paese più sperduto dell'Africa, dell'Asia...
Adesso più che nel passato l'umanità avverte il senso della
sua interdipendenza e quindi non è facile mantenere allo stesso
livello di prima certe forme linguistiche tradizionali o più specifiche
in un mondo, quello attuale, in cui basta un'antenna parabolica o un cellulare
o un modem per sapere quello che in tempo reale sta accadendo in Giappone
e negli Stati Uniti". Eppure qui in Italia si sente parlare di recenti
proposte di legge per incentivare la conoscenza dei dialetti e dei termini
linguistici locali: c'è chi pensa che sarebbe una buona idea utilizzare
una segnaletica stradale attraverso la quale poter indicare i nomi delle
vie cittadine o di certi luoghi, appunto, in dialetto... "E' quello
che avviene - aggiunge Lo Piparo - a Venezia, in riferimento alle "calli";
ma non è per legge che si salvaguardano le tradizioni". In
definitiva, il nocciolo della questione si riassume così: "Gli
stati nazionali stanno collassando, perché non c'è più
il senso del confine. Dobbiamo potenziare l'uso della lingua inglese,
come del resto si fa nelle università di Milano o di Amsterdam;
ormai la lingua inglese assume il ruolo che fu assunto dal latino in passato:
gli universitari del medioevo passavano da Bologna a Parigi, però
studiavano il latino". E la lingua italiana? "Possiamo esportarla,
ma solo dal momento in cui l'Università stessa crea le basi per
farlo, preoccupandosi di produrre la conoscenza. Oggi le parole che noi
italiani esportiamo all'estero sono mafia, pizza, pizzo...
!"
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| uesta sera |