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I grandi temi - inchieste


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Il Dilemma africano: o il transgenico o morire di fame
La già povera agricoltura africana è stata messa in ginocchio da recenti sconvolgimenti atmosferici. Gli Stati Uniti offrono 200 mila tonnellate di mais transgenico di cui, secondo i parametri europei, non è provata la non pericolosità. Per gli Usa oltre all'iniziativa umanitaria è una questione di business. Cosa dovrebbero fare i governi africani? Rifiutarli e far morire di fame la popolazione o accettarli e mettere, comunque, a rischio la salute dei consumatori e dell'ambiente?

Un'economia povera e basata quasi interamente sull'agricoltura come quella della maggior parte dei paesi africani può essere messa in ginocchio da un qualsiasi sconvolgimento climatico. Un'inomdazione o un periodo prolungato di siccità possono dare il colpo di grazia a raccolti già scarsi. Il rischio per gli abitanti, soprattutto bambini e malati di aids, è morire di fame. Tra Lesotho e Swaziland, Zambia e Malawi, Zimbabwe e Mozambico, ci sono fra sei e nove milioni di persone sottonutrite ed entro l’anno potrebbero diventare tredici milioni. In questa zona del continente prima le piogge torrenziali hanno affogato le piantine di mais &endash; il cereale di base, che copre fino all’80 per cento della dieta nei sei Paesi - poi un’improvvisa e prolungata siccità, ha bruciato i germogli sopravvissuti. Questa emergenza alimentare è aggravata da motivi economici e politici: in questi Paese i due terzi della popolazione vivono al di sotto della soglia di povertà. Le scorte di mais abbondano nei magazzini, ma il loro prezzo è diventato proibitivo.
Una soluzione sarebbe accettare gli aiuti proposti dagli Stati Uniti, che hanno offerto 200 mila tonnellate di mais e potrebbero così coprire il 50 per cento del fabbisogno alimentare di questi Paesi. E' solo che questo cereale è geneticamente modificato. Negli Stati Uniti le industrie agricole possono utilizzare liberamente le colture transgeniche e non hanno alcun obbligo di dichiarare quali trattamenti ha subìto ciò che coltivano. Ecco il dilemma africano: o il transgenico o la morte per fame. In realtà gli ogm (organismi geneticamente modificati) sono una grande speranza non solo per i paese poveri, ma per l'intera umanità.
Resta tuttavia un'incognita legata alla sicurezza di tali prodotti: non esistono studi di medio-lungo termine che dimostrino la sicurezza dei cibi genticamente modificati. I rischi sono molteplici e gravi. Nel campo della salute, vanno dalle allergie indotte e dalla tossicità, fino all’apparizione di nuove forme di microrganismi, virus e batteri dotati di nuova e sconosciuta aggressività. In campo ambientale, si va dalla contaminazione delle altre piante (per esempio a causa dell’impollinazione), all’alterazione della pedogenesi, con caduta della fertilità dei suoli, fino allo sviluppo di erbe e insetti che si adattano alle nuove colture per vincerne la resistenza (si parla di uno o due anni, dopodiché siamo punto e a capo).
In Europa l'idea riguardo i cibi transgenici è: se non è provato che sono innocui allora non sono sicuri. Negli Usa invece prevale l’idea che gli ogm siano del tutto sicuri e che nessuna restrizione possa essere applicata al loro commercio. Contro il principio di precauzione, impregnato del solito moralismo europeo, si dice, valgono le ragioni della "sound science". La scienza di cui parlano gli americani, però, è quella costruita nei laboratori della ricerca transgenica che appartengono o sono finanziati dalle industrie agroalimentari che devono recuperare gli ingenti investimenti e cominciare a macinare profitti con gli ogm.
Insomma, sui cibi transgenici è in atto uno scontro commerciale di proporzioni gigantesche, con forti risvolti politici. I produttori americani non possono esportare in Europa, a causa della non trasparenza della natura degli alimenti: solo per il mais, la lobby transgenica lamenta una perdita di 300 milioni di dollari. Depositare alcune centinaia di migliaia di tonnellate di mais geneticamente modificato nel bel mezzo dell’emergenza alimentare subsahariana, così, serve a far passare il principio americano delle ‘mani libere al commercio’ contro il principio di precauzione, e allo stesso tempo aiuta a risolvere una crisi di sovrapproduzione di cibi transgenici, che sarebbero rifiutati in condizioni "normali".
Mauro Di Gregorio


21 novembre 2002

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