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Lettere
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I dialetti nel romanzo italiano
e contemporaneo
Alla tavola
rotonda hanno partecipato numerosi studiosi, i quali hanno
proposto le loro analisi dei dialetti utilizzati in alcuni
romanzi italiani e contemporanei, attraverso i loro studi e
le loro riflessioni
I dialetti nel romanzo
italiano e contemporaneo sono stati oggetto di discussione e
riflessione di una tavola rotonda, svolta presso l'aula
magna della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università degli studi di Palermo. L'incontro
è stato coordinato dal professore Natale Tedesco e
numerosi sono stati gli ospiti, studiosi della lingua,
provenienti da varie regioni italiane: da Walter
Padullà e Nunzio La Fauci, a Salvatore Sgroi, dalla
scrittrice Laura Pariani a Salvatore Trovato e Salvatore
Nicosia. Nella tavola rotonda sono state proposte le analisi
dei dialetti utilizzati in alcuni romanzi italiani e
contemporanei, attraverso gli studi e le riflessioni degli
studiosi.
Nunzio La Fauci, in particolare, ha cercato di spiegare le
ragioni del successo dei romanzi dello scrittore
contemporaneo Andrea Camilleri. La sua forma del romanzo non
è un espediente esteriore. Da un punto di vista
tematico concettuale Camilleri lavora sui luoghi comuni: non
c'è siciliano nei suoi romanzi che non sia ambiguo
comunicativamente e allusivo, non c'è piccolo
aristocratico che non sia eccentrico. Camilleri accoppia i
luoghi comuni più freschi, quelli che i mezzi di
intrattenimento di massa hanno diffuso in questi ultimi
anni: non c'è nessuna vicenda pubblica che non abbia
un contorno di gravi illeciti, di compressi con poteri
occulti, non c'è alto rappresentante dello Stato che
non sia in qualche modo corrotto. Rappresenta una specie di
sinèddoche dell'Italia e dei suoi abitanti, unisce
temi appartenenti ad una prospettiva alta, culturalmente
attuale e postmoderna ad altri di prospettiva bassa,
premoderna. La combinazione viene miscelata soprattutto in
Sicilia, localizzazione tipica del luogo comune. Ma in
Italia si pratica uno "sport nazionale" al massimo grado:
Non c'è nessuna provincia italiana che non dica di
essere particolare e inassimilabile a tutte le altre: "Noi
siamo altri". C'è un modo di riconoscere l'italiano:
colui che proclama di essere altro, toscano, pugliese, ecc.,
esprimendo questo in una qualsiasi delle varianti delle
varietà esistenti in Italia. Ma è importante
rilevare che non c'è opera di Camilleri dove non ci
sia Camilleri, una riconoscibile voce narrante, la sua,
tanto più riconoscibile quanto più si camuffa.
Lo scrittore usa il parlato quotidiano di casa sua, di uso
privato, il modo di espressione extrapaesano, della
borghesia siciliana. La voce narrante può essere
definita come "tragediatore" e tutte le storie dei romanzi
di Camilleri sono proiettate attraverso la sua voce.
Interessante è stato l'intervento di una scrittrice,
Laura Pariani. "Per me il dialetto è stata la lingua
materna", afferma la scrittrice, autrice di numerosi
romanzi.
Due elementi fondamentali della sua vita hanno determinato
la sua scrittura. Innanzittutto il luogo di nascita, l'alta
Lombardia, negli anni '50, periodo in cui il dialetto era
molto parlato, ma che spesso ai bambini era proibito.
Inoltre, è rilevante il periodo dell'adolescenza
trascorso in Argentina, in cui si parla lo spagnolo. Si
trattò di sradicamento linguistico:un nuovo modo di
pensare, parlare e scrivere. Ma scrivere in spagnolo fu per
lei più semplice del dialetto, perché la
scrittrice non ha cercato il puro colore attraverso l'uso
del dialetto nelle sue opere. É stato colpita dalle
particolarità sonore del dialetto, in cui le parole
sono voce, suoni, respiro.
Ricco di spunti di riflessione anche l'intervento di Walter
Pedullà. "Il '900 è il periodo della forte
propensione verso i dialetti, un accanimento verso i
linguaggi comici e una propensione ad esprimersi attraverso
l'osceno, come puro elemento della liberazione", ha
affermato lo studioso.
Importante è stabilire in quale momento è
necessario usare il dialetto, o alternativamente,
l'italiano. Non sempre è necessario fare ricorso ai
dialetti e la scelta non è priva di conseguenze: si
evidenzia da un lato la bellezza dei dialetti, ma dall'altro
un problema di comprensione.
Salvatore Nicosia ha invece analizzato la scrittura di Carlo
Emilio Gadda. Il Gadda si è posto a numerose
riflessioni sui dialetti, sui rapporti con la propria lingua
e il dialetto deborda nei commenti dell'autore, nei racconti
oggettivi. Milanese e comunque lombardo, è il
dialetto di riferimento nelle sue opere. Ma in alcune, il
dialetto non è allo stato puro: si ha un coesistere
di lingue e dialetti, un confluire di dialetti milanese,
napoletano, bolognese,ecc., arcaismi e neologismi, aulicismi
e gergalismi, linguaggio tecnico scientifico e locuzioni
letterari. Tutti gli stili appaiono contaminati e l'ironia e
il grottesco, l'estrosità, la parodia, il barocco e
tutte le possibili figure retoriche cedono ad una
strabiliante commistione. Di questa meravigliosa macchina
linguistica il dialetto è parte integrante.
Analizzando le opere di Gadda, lo studioso esprime
l'impossibilità gaddiana di creare un romanzo
compiuto e linguisticamente coerente, con una visione
ordinata della realtà, ma soltanto frammenti.
É il groviglio linguistico che vuole rendere il
groviglio della realtà, il dialetto è un
elemento fondamentale e funzionale, è la
frantumazione della lingua così come il particolare
è la frammentazione della totalità.
Antonella Mulé
( 4 marzo
2002)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
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al n. 10 del 1/6/2001
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