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Attualità
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Cronaca
universitaria - Facoltà di
Lettere
Antonin Artaud è uno di quei
personaggi impossibili da liquidare con un'etichetta:
teorico del teatro prima che drammaturgo e attore, è
stato regista, poeta, romanziere. Dietro una ricerca tanto
eterogenea e fuori dagli schemi, si nasconde un'unica,
tortuosa, a volte incoerente riflessione che ha per centro
il senso stesso del teatro e dell'azione scenica. Una figura
complessa e fondamentale nella storia dello spettacolo del
Novecento che la Facoltà di Lettere e Filosofia ha
voluto ricordare con una tavola rotonda. L'incontro,
organizzato da Renato Tomasino, decano del corso di laurea
in Scienze e Tecnologie dello Spettacolo e della Moda, ha
preso le mosse dalla presentazione del volume Artaud,
monografia di Alessandro Cappabianca, che cerca di
restituire il profilo dell'artista e pensatore marsigliese
tra cinema, teatro, filosofia. Di fronte ad una gremita
platea di studenti, insieme all'autore del libro, hanno
relazionato lo studioso di teatro Piero Longo e il critico
cinematografico del "Giornale di Sicilia" Gregorio Napoli.
"Quando ho letto il libro di Cappabianca - ha introdotto il
professore Tomasino - ho avuto una specie di shock: uno
degli studiosi più razionali che conosca, quasi
illuministico nella sua logica, è fascinosamente
riuscito a utilizzare un linguaggio omologo al personaggio
trattato. Ne è uscito fuori una sorta di delirio
affabulatorio che non perde mai le sue coordinate
razionali". Ha in effetti una struttura atipica il lavoro di
Cappabianca: quindici capitoli seguono i vari aspetti della
poetica artaudiana come in un romanzo in cui alla
riflessione teorica sia affiancato il racconto delle
dolorose vicende esistenziali dell'autore. "Ho scritto
questo libro - confessa Alessandro Cappabianca -
perché avevo voglia di scrivere un romanzo: seguendo
la vita di Artaud, lo ho potuto scrivere senza inventarmi
nulla". "Io sono uno studioso di cinema - continua l'autore
- ed è stato per me stimolante sconfinare in un
terreno non di mia pertinenza. Mi interessava soprattutto il
rapporto tra Artaud e il cinema, ma per arrivare a questo
non potevo non risolvere il problema del teatro".
L'intervento di Piero Longo ha messo a fuoco proprio il
problema dei testi teatrali di Artaud, concentrandosi in
particolare sul suo dramma più complesso, I Cenci
(1935). "Artaud - spiega Longo - ha attraversato il problema
della rappresentazione come un problema di forme, e sta qui
la sua profonda modernità che lo lega alle
avanguardie del Novecento". Un rapporto molto contrastato
quello di Artaud con le avanguardie, che lo portò nel
1926 ad allontanarsi dal gruppo surrealista per fondare il
teatro Alfred Jarry, dove insieme a Vitrac avrebbe
proseguito la sua ricerca artistica. Anche Gregorio Napoli
vuole riferirsi ai grandi movimenti del secolo scorso per
spiegare la concezione cinematografica di Artaud: "la cosa
che più colpisce dell'Artaud attore - puntualizza il
critico del "Sicilia" - è la sua capacità di
portare in scena i segni del doloroso pellegrinaggio
esistenziale che ha segnato la sua vita. La sua poetica
è come una colomba bianca in volo tra due grandi
scuole di pensiero: da una parte il surrealismo francese e
dall'altra l'espressionismo tedesco". "Il suo più
grande merito - ha voluto sottolineare Tomasino sul finire
dell'incontro - è quello di aver dibattuto per primo
nel nostro occidente il problema dell'arte orientale. Prima
di Bertold Brecht, nel 1931 egli formulò la sua
teoria di teatro come necessità sociale e come rito.
Teoria che sottintende un nuovo tipo di attore: un performer
totale, unico vero protagonista della rappresentazione
scenica".
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