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di Franco Nicastro

 La guerra e la censura infinita

 

La commozione per Maria Grazia Cutuli e per una giovane vita stroncata senza pietà non impedisce di cogliere un risvolto ancora più tragico della notizia: con i giornalisti e gli operatori uccisi nelle imboscate in Afghanistan l'informazione ha pagato alla guerra un altissimo tributo umano. Ma perché i cronisti che lavorano sul campo sono diventati bersagli facili di talebani in rotta, di gruppi di sbandati o semplicemente di banditi senza fede e senza bandiere?
Il numero spropositato di vittime, le modalità delle esecuzioni (Maria Grazia è stata falciata da una sventagliata alle spalle), la mancanza di motivazioni evidenti sono tutti dati dai quali si desume una sola certezza: dall'informazione in guerra si è passati alla guerra all'informazione. È racchiusa tra queste due categorie l'evoluzione di una censura infinita iniziata nel 1991 con la guerra del Golfo che non a caso è stata definita la guerra invisibile. Le uniche immagini che quel conflitto ci ha rimandato sono le scie verdastre dei proiettili traccianti che illuminavano le notti di Baghdad, il volto di Peter Arnett sotto una parabola della Cnn, qualche edificio raso al suolo. I corrispondenti e gli inviati raccontavano la guerra del Golfo da una sala stampa distante migliaia di chilometri dal teatro delle operazioni. E riferivano le notizie centellinate durante i briefing, al riparo da ogni rischio diretto, senza alcuna possibilità di dare immagini e informazioni diverse da quelle scelte dai comandi militari. Nel Golfo si smarrirono, in una sola volta, il ruolo dell'inviato, totalmente assoggettato alle fonti "autorizzate", e la sua funzione di testimonianza.
Con la guerra dei Balcani la sorte del giornalismo sembrò cambiare di nuovo prospettiva. La televisione riprese a trasmettere immagini sempre più terrificanti. La stampa poté finalmente dare il meglio di sé raccontando l'orrore insensato delle fosse comuni, le manipolazioni dell'opinione pubblica, la tragedia di popoli perseguitati dall'odio etnico ma anche i danni collaterali e gli errori sistematici della guerra chirurgica e delle bombe intelligenti. La Serbia e la Nato si ritrovarono così un nemico in casa che non avevano messo nel conto: i media che vedevano, riprendevano, selezionavano e riferivano.
Ma proprio quando sembrava che l'informazione si fosse finalmente liberata dalla stretta censoria della guerra subentrò l'indifferenza di un pubblico presto assuefatto a uno spettacolo bellico ripetitivo che non sapeva modulare più le sue tragiche emozioni.
Poi è venuto il Grande Evento dell'11 settembre e l'incubo del terrorismo si è alimentato delle immagini ossessive delle torri gemelle tagliate dagli aerei guidati dai dirottatori suicidi. La tragedia globale è subito diventata una palestra formidabile per i giornalisti, presi nel confronto con grandi temi civili, e la guerra ai talebani un banco di prova straordinario per i media. Alle frontiere dell'Afghanistan ha cominciato a premere una massa di cronisti che, come Maria Grazia Cutuli, era sinceramente presa dall'ansia di scoprire un mondo chiuso in se stesso. Le donne sepolte dentro il burqa ci hanno trasmesso il simbolo di quell'isolamento reso più disperato dai furori dei divieti e dalla morsa sull'informazione. Quando nel 1996 i talebani erano entrati a Kabul avevano chiuso la tv nazionale, distrutto le teche e gli archivi. La radio aveva cominciato a diffondere i versetti del Corano, la stampa era stata posta sotto il controllo del regime.
I giornalisti che violavano la lunga teoria dei controlli venivano perseguiti, arrestati, espulsi. Con la guerra la sanzione è diventata estrema. Ma logica è sempre la stessa. Come diceva qualcuno: la prima vittima della guerra è la verità.
Franco Nicastro