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di Franco Nicastro

 Il nuovo giornalismo nasce tra banchi e laboratori

Nell'era di Internet si pone per il giornalismo una sfida decisiva: o riesce a tenere il passo dei processi di trasformazione radicale che investono il mondo dell'informazione oppure è destinato a perdere la centralità del suo ruolo. L'espansione della Rete si è fatta incalzante. Le notizie circolano con una velocità straordinaria che ne ha ridotto al minimo il tempo di vita e di consumo. Ma il mutamento più significativo consiste nella contaminazione di generi, tecniche e linguaggi. Oggi è difficile tracciare ancora una linea netta di separazione tra le immagini, la parola scritta e quella stampata.
Se questo è vero allora si comprende meglio la crisi di identità del giornalista tradizionale, legata a un modello professionale che tende sempre più a diventare marginale anche, ma non solo, per effetto dell'uso massiccio delle tecnologie. E però non si può dimenticare che dentro quel modello si è formata la stragrande maggioranza dei giornalisti. È una formazione orientata alla gestione artigianale della notizia che considera fondamentale il giornalismo della carta stampata e specialistico quello radio-televisivo mentre il giornalismo on line resta lontano dalla dimensione professionale di molti.
Quel modello, a cui pure vanno riconosciuti tanti meriti, ha fatto il suo tempo. I giornalisti che hanno seguito percorsi formativi tradizionali trovano difficoltà crescenti nel passaggio da un mezzo all'altro. Scontano la scarsa conoscenza delle tecniche e dei linguaggi dei diversi media. Tendono a restare fedeli al modulo espressivo originariamente acquisito. Tutta colpa, è stato osservato, di una formazione professionale "unidimensionale". Ma anche, aggiungiamo noi, di una rigidità culturale che, prescindendo dai nuovi saperi e dalle nuove competenze, si scontra con le mobilità del mercato e con le dinamiche delle trasformazioni in atto.
Sarebbe sbagliato riportare l'origine e la causa principale della crisi all'esplosione della Rete e all'espansione delle tecnologie. I problemi si erano già manifestati da tempo, quando le routine produttive nelle aziende editoriali avevano decretato la decadenza e la rapida scomparsa del modello artigianale. Le aziende non avevano investito più nell'insegnamento "sul campo" del mestiere facendo così mancare alle giovani generazioni il riferimento dei "maestri" e delle altre figure portatrici di esperienze consolidate. In più la cultura professionale ha dovuto fare i conti con quei cambiamenti profondi e sostanziali che il Censis ha descritto in questo modo: "Le strutture di offerta si sono moltiplicate e sono diventate altamente eterogenee, tanto che la definizione di giornalista non sembra più capace di rappresentare l'accresciuta varietà delle competenze e delle mansioni di chi lavora nel settore, venendo ormai sostituita con quella più allargata, ma anche più neutra, di operatore dell'informazione".
Sono stati questi mutamenti a richiedere un'attenzione nuova verso la formazione. E si è finalmente riconosciuto, come prima non si aveva avuto forse il coraggio di fare, che il "nuovo" giornalismo si apprende attraverso un mix di studio e di esercizio, di pratica e di teoria, tra banchi e laboratori.
È così che sono nate negli anni Ottanta le prime scuole di formazione riconosciute dall'Ordine dei giornalisti, primo passo di una riforma di fatto che da qualche anno trova nell'Università la sede naturale della sua attuazione. Abbandonati gli ultimi orgogliosi arroccamenti corporativi, tutti convengono ormai sulla necessità di assegnare ai corsi di laurea in Scienze della Comunicazione la funzione di canali di accesso alla professione, che prima erano invece controllati dagli editori. È una sfida che vede protagonista anche l'Ateneo palermitano, scelto come sede di formazione dei nuovi giornalisti. Con risultati che spetta ad altri giudicare si sta sperimentando una nuova e stimolante collaborazione tra il mondo delle competenze accademiche e le realtà produttive. L'auspicio è che tutto questo possa alimentare un circuito virtuoso dal quale siano almeno in due a trarre un vantaggio: il giornalismo e l'università.

Franco Nicastro